Paranza, il miracolo di una costruzione teatrale antica, dal sapore contemporaneo

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ph Valeria-Tomasulo

RENZO FRANCABDANDERA | C’è una sorta di tragica ed immanente rassegnazione in Paranza, progetto di Clara Gebbia, Katia Ippaso, Enrico Roccaforte e Antonella Talamonti che nasce dall’esigenza di raccontare la società attraverso le sue mutazioni profonde, sociali prima ancora che materiali. Una rassegnazione strana che confligge con una silenziosa e spesso simbolica chiamata alla rivolta, che pure si respira nel testo.

La vicenda di questo spettacolo, con la regia di Gebbia ed Roccaforte, e che ha vinto l’edizione 2013 di Teatri del Sacro, ruota attorno a quattro esistenze, di quelle che nei nostri giorni sono purtroppo abbastanza comuni: persone fra 40 e 50 anni, quella che anni fa era la piccola e media borghesia, che dopo la crisi sono piombate in uno stato di miseria personale prim’ancora che materiale, private di sogni e ambizioni, desideri e diritti.

Espulsi dalle loro casette, dai luoghi delle certezze, li vediamo ad inizio spettacolo affannarsi in una lotta con la burocrazia di uno Stato che pare non riconoscere più loro come elementi costituenti del reticolo sociale di salvaguardia. Storie senza nome ma che potrebbero averne centinaia: il diritto di una di loro alla salute, dell’altra all’espressione artistica libera, quello alla casa della terremotata, i sogni infranti dell’ex manager che era stato a sua volta tagliatore di teste licenziando senza scrupoli, e cosi via, sono alcuni degli ingredienti di una narrazione la cui testualità si sviluppa in modo armonico fra parola e musica, in un impianto scenico (opera di Kallipigia Architetti) povero, composto solo da tre cubi dall’anima di metallo come quelli che servono a costruire pedane rialzate.

All’inizio i tre cubicoli sono le minuscole case di tre dei protagonisti, poi uno sull’altro, diventano una sorta di liturgico totem che i quattro diseredati porteranno in processione, con un espediente scenico che lo trasformerà in un baldacchino senza santo.

Questo consesso di umana disperazione messo assieme dal caso, seguirà nell’evoluzione drammaturgica la tipica vicenda delle unioni di miserabili, dove è più facile perdersi in lotte intestine che rivendicare in forma compatta i diritti, dove si finisce per venir abbagliati da quelle che in altri momenti vengono ben individuate come illogiche chimere.

La povertà del nostro tempo è una povertà nuova, ma che ci riporta all’antico, ad un sistema di soprusi che trasforma il sistema diritti in schema di favori. E così non ci stupiremmo se vedessimo qualcuno di loro recar capponi all’azzeccagarbugli di turno, ma per fortuna l’impianto narrativo, pur muovendosi all’interno di vicende tutto sommato prevedibili, non è mai tristemente didascalico e riesce anche a trovare momenti di mediterranea surrealtà e, nel momento di abbandono di queste intelligenze alla meditazione della vita oltre le grazie e le disgrazie, affiorano citazioni pasoliniane, con il ritorno a quel duetto fra Otello (Davoli) e Iago (Totò) burattini gettati in discarica, e quella bestemmia poetica sulla disperante bellezza del creato.

Rilevante il contributo come dramaturg e autrice delle liriche di   Katia Ippaso e il supporto nella creazione musicale di Antonella Talamonti. Le due presenze, di fianco alla regia contribuiscono a conferire alla creazione un sapore di tragedia classica ma anche di epos contemporaneo, con sonorità fra il lai e la dodecafonia, popolari e ricercate assieme, dove la processione è quello che ci appare, ma sa trasformarsi in via crucis trasfigurata, penitenza infernale senza direzione (bella la movimentazione scenica di Massimo Bellando Randone), senza inizio né fine, ai bordi di un simbolico Stige, di un fiume da traguardare per arrivare in un nuovo mondo, una terra promessa su cui però le luci fredde, siderali di Gianni Staropoli, non lasciano molta speranza.

I quattro attori (Nené Barini, Filippo Luna, Germana Mastropasqua e Alessandra Roca) riescono davvero ad agire una mirabile coralità, mai banale. Il loro è un risultato di grande qualità, sia individuale che di gruppo.

Produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo/Teatro di Roma in collaborazione con Teatro Iaia/Compagnia Umane Risorse, e proposto a Milano all’interno della rassegna Contagio, curata da Phoebe Zeitgeist, che ha portato al teatro dell’Elfo alcuni esiti significativi della creatività scenica siciliana contemporanea, Paranza – il miracolo è senza dubbio un esito alto, meditato di un gruppo di artisti che sarebbe piacevole rivedere all’opera insieme, con combinazioni creative che ovviamente siano capaci di nuove evoluzioni, in cui, come sempre si deve, gli ingredienti che hanno portato a questo felice risultato si possano rimettere in discussione, valutando di volta in volta la necessità di questo o quel codice, questo o quello strumento espressivo.

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