Biennale Venezia: di cosa parliamo quando parliamo di futuro (dell’arte?)

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Wangechi Mutu, She’s got the whole world in her (dettaglio),2015, courtesy La Biennale di Venezia

MARCELLA MANNI | La 56esima edizione della Biennale di Arti Visive si è aperta a Venezia, celebrando prima di tutto se stessa e la sua storia, sono infatti passati 120 anni dalla prima esposizione (1895).

E che sia una biennale della storia è chiaro fino da subito e non solo nel titolo, ma annunciato dal curatore Okwui Enwezor con la citazione di Walter Benjamin da Tesi di filosofia della storia: la mostra apre su un mondo e un tempo che non è solo quello dell’espressione artistica, ma quello di una riflessione e una pratica profondamente legata al contesto nel quale l’arte nasce e dal quale non può mancare di essere influenzata. Enwezor fa riferimento a un presente di rovine, di rovine che ci circondano che guardiamo di fronte a noi, e di fronte a questa distesa possiamo scegliere di distogliere lo sguardo, possiamo scegliere il silenzio o possiamo cercare un nuovo orizzonte di possibilità.

Scontato dire quale sia la scelta di Enwezor che mai ha rinunciato a quello che pochi anni fa si sarebbe definito “impegno” nel suo lavoro, e che oggi forse varrebbe la pena di definire semplicemente pensiero, con tutta la portata e carico simbolico che ne deriva. Un ruolo, che come scrive Nietzsche a proposito del “dotto”, dotto non è colui che si limita a leggere e criticare ciò che hanno fatto altri e che spesso in questa dipendenza, in questa quasi ossessione filologica rinuncia a esercitare un proprio pensiero. Enwezor e la sua mostra, perché è bene ricordare che sempre di una mostra e quindi di una iniziativa temporanea, con una durata prestabilita e improrogabile si tratta, questo pensiero lo esercitano fino in fondo e non si accontenta di questo, ma chiede costantemente al visitatore di esercitarlo a suo modo.

E allora seguendo questo invito e attraversando la mostra partendo dall’Arsenale, l’apertura è affidata all’artista americano Bruce Nauman che cerca (e ottiene) il coinvolgimento dello spettatore in un allestimento di neon testuali, una sorta di annuncio, quasi di scaletta emotiva, i grandi contrari filosofici verrebbe da dire, vita, morte, amore, odio campeggiano a caratteri cubitali e colorati. Uno specchio dei tempi, un caos gerarchico, la forma circolare dei neon si complica e si sovrascrive, mescolando e accostando concetti, un monito più che una forza assertiva. E visto che la storia è anche storia economica e politica il richiamo di Enwezor al Capitale di Karl Marx, uno dei libri che hanno segnato la nostra epoca, passa anche per le fotografie di Walker Evans: in mostra la serie completa del progetto Let Us Now Praise Famous Men realizzato nel 1941 e pubblicato nel libro omonimo scritto e realizzato come ricerca sulle comunità agricole nel profondo sud dell’Alabama. Esplicito, narrativo, penetrante, Walker Evans entra nel capitolo dei molti autori “consolidati maestri” di questa mostra, come accade nell’apertura ai Giardini con il muro di Fabio Mauri (Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993), attuale e imponente. E se per alcuni autori il richiamo a memoria, storia, natura, conflitto, si traduce un una riaffermazione coerente di un codice riconoscibile e riconosciuto come per le solitarie e sovrastanti figure capovolte di Georg Baseliz , per altri si traduce in lavori realizzati in dialogo con lo spazio: le giganti Nympheas (2015) dell’artista franco-algerino Adel Abdessemed altro non sono se non coltelli conficcati nel pavimento, formalmente ed esteticamente impeccabili e allo stesso tempo efficacemente rappresentativi di quello scenario di guerra (Raw War, 1970) che Nauman dichiara sulle pareti accanto. Ma per non fermarsi solo all’inizio delle due sedi della mostra e avvicinare il tema del rapporto con la natura, sovrastante e forse matrigna come ce la raccontava Leopardi, il lavoro dell’artista keniota Wangechi Mutu riassume perfettamente la dialettica natura_cultura, in cui la condizione femminile, soprattutto nei luoghi del mondo più svantaggiati, è il perno centrale. Le sue figure femminili spesso trasfigurate sono sempre in bilico tra resa poetica e inquietante metamorfosi, che siano i collage che accompagnano i suoi lavori fino dall’esordio o le grandi installazioni scultoree o la forma del video come The End of Carrying All (2015), in cui è lei in prima persona a farsi carico del cammino, fardello compreso.

Ma al di là delle installazioni monumentali, dell’allestimento rigoroso, denso e in questa monumentalità decisamente bloccato, l’apertura della mostra è data dall’ARENA, uno spazio fisico, progettato dall’architetto David Adjaye che si trasforma in una scena attiva e animata. “Akhand Path” – leggere ininterrottamente- si prende a prestito un rituale Sikh di lettura ad alta voce, che in questa circostanza viene declinato sul Capitale di Karl Marx. Diffusa e di tangenza la lettura del libro, o meglio delle implicazioni sociali, politiche ed economiche, ha ovvie tracce nei lavori in mostra, ma in questa sede, costruita appositamente, viene messa in scena per la regia di un artista appunto, Isaac Julien, che per tutta la durata della mostra proporrà una lettura integrale dei tre volumi che lo compongono. Accanto a questa “epica” lettura una serie di appuntamenti interdisciplinari tra musica, performance che costituiscono un omaggio alla multidisciplinarità connaturata alla stessa Biennale (danza, cinema, teatro, musica, architettura, arti visive). Monumentale, politica, storica, interdisciplinare e pure inesauribile sembra… tutti questi aggettivi e molti altri si potrebbero usare per una mostra che si offre, al di là di una visione di insieme che può apparire statica, come una risorsa preziosa alla quale attingere, grazie alla stratificazione dichiarata del suo impianto. Coerente il catalogo, con un apparato iconografico che rende conto non solo della mostra, ma della storia stessa della biennale e dei suoi luoghi: a partire da qui è possibile, ed Enwezor ce lo dimostra, rileggere la nostra epoca, con uno sguardo al futuro, o meglio ai futuri possibili. Sta tutto qui, e, duole ammettere, pare essere più nel passato che nel futuro, il ruolo dell’Italia nella cultura europea.

 

All the World’s Futures

A cura di Okwui Enwezor

Venezia

Giardini- Arsenale

Fino al 22 novembre 2015

Catalogo Marsilio Editori, Venezia

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