Dopo la prova e Persona: il dittico bergmaniano di van Hove

imageRENZO FRANCABANDERA  | Quello composto da Dopo la prova e Persona è un dittico di Ivo van Hove nato da una commissione della Josef Weinberger Ltd, London e dell’Ingmar Bergman Foundation, portato di recente in scena al Piccolo Teatro di Milano: due opere del grande regista attraverso la riscrittura drammaturgica di Peter van Kraaij. Van Hove era per la prima volta ospite nel teatro milanese, ma aveva già portato in altre occasioni in scena capolavori cinematografici di Bergman (Scene da un matrimonio nel 2005 e Sussurri e grida nel 2009), e il dialogo continua ora con altri “due testi sul significato del teatro e dell’arte nelle nostre vite e nella società in cui viviamo”, due riflessioni sul concetto di identità e sulla dualità realtà-finzione.

Entrambi vivono e respirano delle scene studiate da Jan Versweyveld. E’ un’oscura stanza, forse un backstage teatrale, una sorta di camerino, o dimora al confine con lo spazio scenico, grigia e opprimente, in cui però si trovano videoproiettori e fari da palcoscenico. Il film del 1984 racconta la storia della conversazione tra un maturo regista, Hendrik Vogler, e una giovane attrice, Anna, che egli sta dirigendo nel Sogno di Strindberg. La loro vicenda umana e professionale, in un gioco artistico e di seduzione si allaccia alla love story che il regista avrebbe vissuto anni prima con la madre della giovane e che ad un certo punto appare, pur essendo morta anni prima in una clinica per alcolisti, oppressa dalle frustrazioni ma anche da quel furore artistico che spesso brucia chi lo vive.
Uno spazio chiuso, che fa da purgatorio mentale per la vicenda delle due donne in un confronto generazionale a distanza in cui l’attore Gijs Scholten van Aschat muove una sorta di pendolo emotivo che scatena il confronto a distanza fra le due, che si condensa incredibilmente nello stesso luogo fisico, dando corpo ad una relazione quasi perversa e di contesa per lo stesso uomo e per la stessa arte fra la madre, una grande Marieke Heebink, che mette non solo la sua esperienza di attrice ma tutto il suo corpo a disposizione di van Hove, e la giovane attrice in grande ascesa Gaite Jansen.
Il confronto fra le due è forse più di tutto il perno delle scelte di van Hove rispetto al dittico, perché ancor più nel secondo, e ancor più in una finzione fra realtà e costruzione le due interpreti si confrontano in Persona, tratto dal celebre film del 66 di cui furono interpreti Liv Ulmann e Bibi Andrersonn, storia di due donne, Elisabeth (Heebink) e Alma (Jansen), la prima un’attrice che, durante una replica di Elettra viene colta da un irrefrenabile accesso di risa, seguito dalla chiusura in un assoluto mutismo, cui segue un periodo di forzato riposo. La seconda è la giovane infermiera che le viene affiancata. Fra le due sembra nascere un idillio di comunicazione e intesa oltre le parole, esaltato da una serie di ribaltamenti scenografici di grandissimo impatto visivo, con le luci a esaltare il bellissimo impianto di Jan Versweyveld che sventra la macchina scenica per trasportarci in una realtà tanto finta da sembrar vera con temporali e schiarite in riva al mare.
Il secondo pezzo, forse proprio in virtù di questa ariosa struttura visiva, resta più impresso e vivo, ma ha ragione di avvicinarsi al primo dei due elementi del dittico di cui pare voler risolvere e dire ancora, come se il rapporto madre figlia del primo tempo vada a risolversi in questo gioco di equivoci fra donne, in una crudele partita a scacchi al femminile in cui gli uomini finiscono per esser in fondo testimoni, quasi di passaggio, che entrano da una porta sul fondo scena e dalla stessa escono.

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