Una discesa nel ventre oscuro di Napoli con Scannasurice di Enzo Moscato

foto di Angelo Maggio

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VALENTINA DE SIMONE | Scannasurice di Enzo Moscato, visto alla sedicesima edizione di Primavera dei Teatri, con la regia di Carlo Cerciello e con una poderosa Imma Villa nel ruolo della protagonista, è una discesa negli inferi di una città scossa dai suoi stessi mali e da un terremoto, che come una rivelazione, li riporta tutti a galla. Una Napoli sotterranea infestata da topi e da un’umanità alla deriva che si aggira disorientata, trascinandosi miserie e mortificazioni tra vicoli stretti e putridi.

Un edificio sventrato che presenta alla platea il suo scheletro ossuto di cemento: è in quest’abisso di tenebra che si muove la creatura disegnata dalla penna di Moscato nel 1982 per raccontare il grande sisma di due anni prima, una figura ambigua in mutande e canottiera da uomo, retina nera in testa, pelliccia tigrata e trucco da donna, costretta a vagare in un reticolo di loculi angusti disseminato di lumini rossi da cimitero, immondizia sparsa e bottiglie di vino. Striscia nell’ombra come un’ubriacona, si erge a madonna in un’edicola votiva incorniciata da lucine, si veste da puttana per ricordare la sfortunata storia d’amore di una prostituta per uno sconosciuto, esplora solitudini e visioni dell’oltretomba mentre il bum bum bum, che fa tremare tutto, corrode dalle fondamenta quel che resta del labirinto urbano. Tra un passato fatto di filastrocche, di preghiere e di leggende, come quella del monaciello di Salita Concordia n. 37 o della bella ‘mbriana, e, di contro, un presente contaminato dalla sporcizia dell’anima e dalla dimenticanza, tra surice, «ca se so’ fatte sprucede» e invadenti.

Imma Villa si destreggia ferina tra le nicchie, le botole e i cunicoli sprofondati nel buio di questa catacomba verticale, la sua voce scava nelle viscere di un linguaggio che è un flusso monologante ininterrotto, febbrile, aspro, a tratti insolvibile ma musicale e misterico come un cerimoniale d’altri tempi. Il napoletano accarezzato dalla sua bocca, come trent’anni prima da Moscato stesso, diventa un rito di parole e sangue, una liturgia profana di sacralità perduta, una lurida, melodiosa lirica impastata di sapienza e di oscenità. E la regia di Carlo Cerciello modula il tessuto laborioso della narrazione con ispirata lucidità, grazie anche al supporto delle musiche originali di Paolo Coletta, alla scenografia imponente di Roberto Crea e alle luci di Cesare Accetta che, come bagliori nella notte, inquadrano malesseri ed emozioni.

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