Tagad’off parte 1a – iniziamo dalla fine

RENZO FRANCABANDERA | Si è chiusa domenica la IV edizione di Tagad’off, il Festival di Nuova Drammaturgia Lombarda che si è svolto fra Inzago e Cassano d’Adda, esito di un concorso rivolto a giovani compagnie/artisti (under 35) e compagnie/artisti costituiti da meno di 3 anni, operanti in Lombardia, che potevano fare domanda di partecipazione presentando una loro produzione.
Tra tutte le compagnie e artisti che hanno partecipato al bando ne sono state selezionate 5 che hanno portato in scena i loro lavori durante i 3 giorni del Festival. Il vincitore avrà diritto a una residenza creativa presso la Residenza Teatrale ILINXARIUM nel periodo estivo, usufruendo gratuitamente dei nostri servizi tecnici per produrre un nuovo spettacolo, la presentazione nella Rassegna Tagadà 2015/16 della produzione realizzata durante la residenza secondo le modalità concordate con la direzione artistica e la partecipazione come compagnia presentata dalla Residenza Teatrale ILINXARIUM all’edizione 2016 del Festival Ritorno al Futuro.
Iniziamo dal fondo raccontando dei due spettacoli andati in scena Domenica 14 giugno nella sede dell’Associazione ESCO – CASSANO D’ADDA.

Foto Stefano De Ponti

Foto Stefano De Ponti

Si tratta di DI A DA – Me e gli Uomini, della compagnia CampoverdeOttolini, su testo e regia di Elisa Campoverde, interpretato da Marco Ottolini, con la supervisione drammaturgica di Carolina De La Calle Casanova e i particolarissimi oggetti di scena di Francesca Lombardi e Paola Tintinelli, spettacolo finalista del Premio per le Arti LIDIA ANITA PETRONI 2015

Diciamo innanzitutto che Di A Da è un’opera ancora in fieri: la compagnia stessa tiene a specificarlo con una serie di bigliettini lasciati agli spettatori sulle sedie prima dell’inizio.
Abbassate le luci si entra in un mondo piccolo, di segni d’infanzia, dove quello che appare come un giovane uomo si crogiola in affanni con giochi, pupazzi, piccoli manichini: un cane di legno, dei pesci di stoffa, dei piccoli pupazzi di stoffa appesi a delle corde così da creare una serie di piani spaziali mentre a sinistra del palcoscenico si trova una sorta di tavolino alto dove lo spettacolo inizia con il nostro protagonista che ci si rifugia sotto, mimando l’atto del pescare. Raggiungerà dopo il suo cagnolino di legno, che nella sua fantasia prende vita e con cui condivide questo ambiente di illusione, mentre una traccia audio piuttosto composita realizzata da Stefano De Ponti segue l’evoluzione dei fatti in modo abbastanza costante.

Il bambino/adulto dopo aver ambientato questo mondo di giochi, pare entrare in una logica creativa, e parte del narrato si completerà sul tavolino, dove il “creatore” darà vita alla miniatura di un villaggio e come un demiurgo proverà a costruire un mondo di felicità, abitato da un uomo e una donna. I due si ameranno, voleranno in cielo come i protagonisti dei quadri di Chagall, ma un atto di violenza di lui su di lei porrà fine all’idillio.
Se questa vicenda sia una sorta di emersione dall’inconscio, come quella di un bambino che racconta giocando i suoi traumi, non è del tutto chiaro.

Lo spettacolo ha ancora una serie di irrisolti sia drammaturgici che registici di una certa significatività. Il protagonista vive in un universo dai contorni indefiniti, di cui  quello che viene narrato è un insieme abbastanza scollegato di vicende, tutte afferibili ad un mondo interiore, ma la cui texture drammaturgica non arriva ad un sistema integro di segni.

Tale liquidità testuale costringe anche l’attore ad una via di mezzo ibrida nel recitato che ha forse bisogno di un calibro più deciso, con il registro infantile che appare un po’ sforzato. La regia ha bisogno di trovare, in questa fase di costruzione, strade per collegare testo, scena e personaggio, dando alcuni passaggi meno per scontato e riducendo  incognite e angoli oscuri che lasciano troppo in sospeso la fruizione. E questo inevitabilmente porta lo spettatore fuori dalla vicenda. Sicuramente il lavoro può crescere.

maxresdefaultIl secondo spettacolo presentato la sera di Domenica è stato SocialMente di Frigo Produzioni, da un’ ideazione e regia congiunta di Francesco Alberici e Claudia Marsicano, con il primo che firma anche la drammaturgia. Lo spettacolo è stato già Vincitore del Premio Pancirolli (qualche giorno fa in scena a Campo Teatrale dove lo avevamo visto), del Festival Young Station 2014 e Vincitore di OFFerta Creativa 2014.

Due giovani adolescenti inebetiti davanti al classico monitor emittente; le mani sono anchilosate nella presa del telefonino. E si parlano a monosillabi. Lui ha un’aggressività di fondo da sfogare, lei velleità artistiche di ogni sorta. Entrando e uscendo da un frigorifero marchiato Facebook i due danno vita a personaggi che sono sostanzialmente multipli e sotterranei della loro personalità principale. In parte velleità e sogni, in parte angosce e frustrazioni.

Il nostro tempo non permette a nessuna delle nostre personalità di sedimentarsi e dominare le altre. E anzi finiamo per essere dominati da un vortice social che congela di fatto ogni ambizione e speranza. Questo almeno pare dirci il finale dello spettacolo, con i due interpreti che, come se tutto fosse stato un sogno, tornano davanti al monitor, seduti al divano, a scambiarsi monosillabi senza senso.

Lo spettacolo vive ed è costruito attorno alle diversità di Alberici e Marsicano, il primo più orientato ad un attoralità di prosa, mentre la Marsicano con abilità quasi performative, stando a quanto si è avuto modo di vedere.

In questa composizione, che pure a tratti indugia e si crogiola un po’ sulle rispettive sicurezze, i due attori riescono comunque a trovare un’amalgama interessante che, pur con la necessità di leggere il ritmo interno della drammaturgia in modo più dinamico, costruisce una composizione in cui le capacità dei due si combinano.

E’ evidente che i prossimi lavori dovranno prevedere altre dinamiche, perché le giovani professionalità in formazione sono davvero differenti e la necessità che ciascuna delle due riesca a svilupparsi senza andare a scapito dell’altra prefigura un percorso di serio impegno nel cercare strade non facili, che non devono ripetere un modulo in cui, occorre comunque dire, la figura della Marsicano appare più forte, a tratti dominante, nella memoria persistente del costrutto scenico.

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