Io, Nessuno e Polifemo alle Colline Torinesi: nella testa di Emma Dante

GIULIA RANDONE | Spoglio di scenografie, con tre file di proiettori a vista, sul fondo un sipario lasciato a mezz’altezza e le quinte ritratte, il palco del Teatro Carignano di Torino appare immenso. In questo spazio senza confini si muove un gruppo composto da tre danzatrici e altrettanti manichini in legno: i loro movimenti segmentati e meccanici ritmano un lungo prologo che anticipa l’apparizione di Emma Dante. La regista e interprete di Io, Nessuno e Polifemo arriva alle spalle degli spettatori percorrendo il corridoio centrale tra le poltrone ancora in piena luce e in un’atmosfera colma di attesa e affetto.

MARINGOLA-DANTE-DONOFRIOSale sul palcoscenico con il pretesto di intervistare il ciclope Polifemo (Salvatore d’Onofrio), di conoscere la versione dei fatti narrati nell’Odissea dalla prospettiva del cattivo e del vinto. Al gigante, diffidente e sorpreso da questo interesse, chiarisce di averlo cercato proprio in virtù della sua diversità: perché, pur essendo uomo, non assomiglia agli uomini bensì “a picco selvoso d’eccelsi monti, che appare isolato dagli altri”. Ma a differenza del personaggio omerico, il Polifemo della Dante non somiglia a un monte, lo è: “Io sono di pietra e voi mi abitate”, spiega infatti d’Onofrio alla regista. E questa battuta, che compendia la relazione tra i due, racchiude uno degli spunti più suggestivi dell’ultimo lavoro dell’artista palermitana: il buio che sul palco accoglie la Dante è la voragine oscura apertasi al posto dell’occhio del gigante quando Ulisse lo ha mutilato.

Quel buio è – potenzialmente – teatro, luogo privilegiato del vedere. Perduta la vista, Polifemo racconta infatti di aver conquistato la memoria, che gli consente ora di vedere le cose con una prospettiva estesa. Alla memoria non ha saputo rinunciare del resto neppure il suo antagonista Ulisse, al quale Calipso aveva offerto in cambio il dono dell’immortalità. E sul palco – in quella caverna che è il teatro, in quel buio che è memoria – si incontrano ora tutti e tre. Ulisse (Carmine Maringola), vanitoso e arrogante, fa irruzione al ritmo di un balletto ammiccante e discotecaro, ma la sua vivacità si conforma presto alla staticità degli interlocutori, alla loro disputa esclusivamente verbale. I tre, in completo elegante giacca e pantalone, microfonati, sembrano brillanti conferenzieri impegnati a sostenere le proprie scelte e opinioni. Schierati in proscenio, da un lato Polifemo difende una vicinanza alla Natura e un’ignoranza priva di cattiveria, dall’altro Ulisse/Nessuno elogia la cultura degli inganni, indispensabile per far progredire la storia umana. Nel mezzo Io/Emma Dante espone la propria poetica: argomenta l’importanza rivestita nel suo lavoro dal dialetto, “lingua democratica e selvaggia”, la distinzione cardine tra spettacolo e teatro, cita l’insegnamento ricevuto dai maestri (il riferimento più insistito è al “morto fresco” Carmelo Bene). Insomma, dice ciò che pensa del teatro.

Dante non può non essere consapevole del fatto che quello che presenta come un viaggio nella testa di Polifemo (leggi, nel teatro) è in realtà un viaggio nella testa di un regista, di un modo di pensare al teatro. Non per niente lo spettacolo si conclude con l’immagine di Dante, d’Onofrio e Maringola che danno le spalle al pubblico, lo sguardo rivolto verso il sipario che si distende sontuoso sul fondo. È l’annuncio dell’inizio del vero teatro: il sipario dislocato sembra pronto ad aprirsi; le traverse dei proiettori, risalite nel corso del colloquio, hanno predisposto lo spazio a diventare scena; la posizione finale dei protagonisti fa eco alle spalle di Tadeusz Kantor, che avevano inquietato la Dante al tempo della Macchina dell’amore e della morte (1987) ed erano diventate nel suo ricordo il correlativo fisico del teatro.

Ma allora a cosa abbiamo assistito fino a quel momento? Se è chiaro che il teatro è una possibilità che viene dopo, il prima fotografato da Io, Nessuno e Polifemo appare ambiguo. Non espone l’inquietudine delle prove, il laboratorio, la ricerca di un accordo comune tra i corpi (fisici e testuali), l’accumulo dei significati e la loro distillazione. Al contrario, ci mostra una fase antecedente, raziocinante e perciò verbosa e (malgrado i propositi) poco ironica: quella delle intenzioni. Non ancora tradotte in azioni efficaci, si mostrano davanti a noi in forma di idee, di movimenti che non sono ancora danza ma ornamento, di suoni che sono poco più di un semplice accompagnamento.

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