Io mi domando e dico… La “biokhraphia” di Rabih Mroué e Lina Majdalanie

GIULIA RANDONE | Qual è il valore del lavoro umano? Qual è il valore del lavoro dell’artista? Come si valuta un’opera d’arte? Che cosa significa valore? Cosa si può acquistare? Cos’è il potere d’acquisto? Sono solo alcune delle numerose domande che compongono l’intelaiatura drammaturgica di Biokhraphia dei performer libanesi Rabih Mroué e Lina Majdalanie. Ripresa di un lavoro nato a Beirut nel 2002, Biokhraphia ha debuttato in anteprima nazionale a Torino nella produzione del Teatro Vidy di Losanna, nuovo partner europeo di Torino Creazione Contemporanea/Festival delle Colline Torinesi.

biokhraphiaMajdalanie sbuca da una tenda rossa e viene incorniciata da un occhio di bue: è vestita di bianco, semplicemente, e ha in mano un’audiocassetta che infila dentro un mangianastri. Mentre la sua stessa voce registrata racconta che sta per avere luogo l’intervista all’artista medesima, Majdalanie si sistema dietro a una cornice sospesa, pronta a rispondere alle domande dell’interlocutrice. Ha così inizio un’appassionata auto-intervista, in cui la donna si pone una raffica di domande scomode, alle quali offre risposte talvolta sintetiche, talvolta sfuggenti, spesso a loro volta interrogative o ferocemente ironiche, come quando spiega di non aver partecipato alla resistenza libanese contro l’esercito israeliano per paura degli scarafaggi e di una carente distribuzione di tampax. E mentre sorridiamo della sfrontatezza con cui questi bisogni troppo umani hanno prevalso sugli ideali di amici che della guerra sono divenuti vittime, scopriamo che anche questa surreale autoanalisi si misura con la morte.

Durante la performance l’artista spiega infatti che l’idea di registrare tutte le domande che si è posta nel corso della vita è nata dopo aver letto in un libro che le persone, in punto di morte, avvertono l’impulso a intervistarsi. Dunque la morte non può che attendere anche la protagonista. Ma, a differenza dei precedenti lavori della coppia, visti negli anni scorsi alle Colline, non si tratta di una morte fuori scena. Se la lezione-spettacolo Probable Title: Zero Probability (2013) riportava a galla la memoria delle migliaia di persone scomparse durante la guerra civile del Libano e la performance senza attori 33 tours et quelques secondes (2012) metteva in scena le reazioni pubbliche alla notizia del suicidio di un (immaginario) militante dei diritti civili, in Biokhraphia assistiamo direttamente al suicidio della protagonista, o almeno di una parte di lei.

In un primo tempo sdoppiata tra voce registrata e presenza sulla scena, col progredire dell’intervista Majdalanie appare anche in video, in quella cornice che nel frattempo si è riempita d’acqua ed è divenuta schermo. Ed è proprio l’incarnazione video dell’artista a decidere di spararsi, scomparendo dalla cornice, che subito si colma di sangue. Una morte solo provvisoria, ma che non lascia dubbi sul fatto che l’approssimarsi della fine sia condizione necessaria per interrogare la propria vita con sincerità.

La performance rivela alcune consonanze con L’ultimo nastro di Krapp di Beckett. Come la protagonista (o meglio le protagoniste) di Biokhraphia anche Krapp è un artista, entrambi ascoltano e interagiscono con la propria voce registrata su un dispositivo tecnologico e il loro confronto con l’Arte e il Tempo si colloca in una dimensione che ha per sfondo la morte e, fin dal titolo, un oscuro rimando scatologico: se come è noto “crap” in inglese significa “merda”, scopriamo che la parola araba “kharaphia” può avere l’accezione di “delirio”, “senilità” o, appunto, “escrementi”. Pur condividendo diversi spunti, questa peculiare autobiografia non si compone della tensione tra passato e futuro e della solitudine che caratterizzano la pièce beckettiana: al contrario, chiede ragione del presente e, nel finale, reclama con passiva insistenza la risposta degli spettatori.

Majdalanie apre infatti due rubinetti collegati alla cornice-schermo e raccoglie dentro a una serie di ampolle il liquido che ne cola via. Con questa mungitura, il suo volto scompare per la seconda volta dallo schermo, disperdendosi in boccette messe in vendita al prezzo di 75 € l’una. Allo spettatore resta il compito di prendere posizione e decidere quale valore ha ciò che ha visto: c’è chi protesta a mezza voce, chi applaude, chi sorride imbarazzato, chi contesta il prezzo aggiungendo una virgola tra i due numeri.

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