La storia di Lea Garofalo a San Miniato: passione laica alla ricerca delle proprie radici

 LAURA NOVELLI | Lunghi capelli neri raccolti in uno chignon. Occhi luminosi, vivi, estremamente mobili. Una voce calda, matura, impastata di cadenze dialettali che rimandano ad un Sud profondo, ancestrale. E un sorriso aperto,  generoso, dove tuttavia si annida spesso una sorta di languore malinconico pronto ad esplodere in cocente disperazione. Federica Carruba Toscano, ventiseienne attrice siciliana già nota per le belle prove affrontate con la compagnia catanese Vucciria Teatro, è l’intensa protagonista del monologo Ogni volta che guardo il mare,  presentato nei giorni scorsi a San Miniato nell’ambito della LXIX Festa del Teatro (www.drammapopolare.it). In scena si chiama Sara. Ma Sara è qui in realtà una trasfigurazione poetica – e però intrisa di forti richiami alla cronaca – di Denise Cosco, giovane figlia di Lea Garofalo e Carlo Cosco e testimone chiave nel processo istruito dopo il terribile omicidio della madre (2009) di cui furono responsabili, come è tristemente noto, lo stesso Cosco e altri affiliati alla ‘Ndrangheta tra cui l’ex fidanzato di Denise, Carmine Venturino.

Se Lea Garofalo, uccisa perché strenua oppositrice della malavita calabrese e testimone di giustizia, rappresenta da sempre un esempio estremo di coraggio femminile e di impegno civile, in questo lavoro Denise/Sara si arroga il diritto di un coraggio diverso: quello della memoria intima, della verità personale. Il coraggio di un’autobiografia affettiva che ripercorre il passato (l’infanzia pervasa di sapori e colori mediterranei, la fuga con la madre, la permanenza a Milano, il tentativo di rapimento ai danni di Lea, le menzogne sulla sua scomparsa) per attraversare fiumi di dolore, di lutto, di orrori  e uscirne (“cercare” di uscirne) più forte, più consapevole, più adulta. Motivo per cui il monologo, opera prima dalla giornalista Mirella Taranto e frutto anche di un attento studio delle carte processuali e di numerosi articoli coevi ai fatti, non è propriamente un testo di denuncia sociale e politica quanto un rito laico di ritorno alle radici: una cerimonia intima che riabilita il sentimento  matriarcale di quella Passione (ed eccoci al titolo dell’intera manifestazione toscana che trova proprio nella Passio Hominis diretta da Antonio Calenda, con Lina Sastri protagonista e repliche fino al 22 luglio, il suo spettacolo di punta) da intendersi come sacrificio e misericordia, amore e tradimento, morte e rinascita.

Guidata dalla regia sobria e pulita di Paolo Triestino, accompagnata dalle canzoni di Rita Pavone (One for you  one for me) e Fabrizio De Andrè (con la citazione  diretta di Disamistade: “Il dolore degli altri per tutti è un dolore a metà”), Federica/Sara torna nel suo paese d’origine, Petilia Policastro, sulle tracce di sapori, odori, suoni materni e primigeni che la riconnettano al senso ultimo del suo (nostro) stare al mondo. Porta con sé una busta della spesa con dentro gli ingredienti per fare un dolce, che è poi il dolce dell’infanzia. Ma prima della concretezza così naturalmente “fisiologica” di quell’impastare, spremere arance e ungere teglie c’è il genius loci, c’è il sorriso della madre che abita gli spazi ormai vuoti di una vecchia casa/cucina. C’è soprattutto e innanzitutto “U mari. Bello, bellissimo. Pare uno scrigno. Lo diceva pure il poeta. Quello francese, che piaceva alla mia professoressa. Ci dovevo tornare a casa, questo mare lo dovevo venire a salutare”.

Inizia così questo affondo nel travaglio degli affetti e dei legami di sangue dove la scrittura si mantiene sempre su un registro sospeso tra poesia e concretezza, italiano e dialetto, tanto che nel racconto del proprio scandalo (uno scandalo che ovviamente ci riguarda tutti) si insinua persino un desiderio di ironia. A tratti la memoria si popola infatti di personaggi buffi (basti vedere la zia innamorata di Mike Bongiorno), di una religiosità popolare e aneddotica, di stralci di storia quotidiana che sembrano quasi voler sovrapporre l’autobiografia dell’autrice (anch’ella calabrese) con la biografia stessa di Sara/Denise. Tra i due piani lievita dunque tacitamente e spontaneamente un accordo di affinità, di comune sentire, in un’ambivalenza armoniosa di astrazione e fisicità che, oltre alla lingua,  riguarda pure la scenografia (a firma di Lucrezia Farinella) e l’impianto registico di Triestino, disegnato su forti scarti di luce e su movimenti decisi, cadute a terra, continuo utilizzo degli oggetti di scena.

Ma è soprattutto l’interpretazione della Carruba Toscano a colpire. Padrona di una maturità espressiva davvero apprezzabile, l’attrice ci cattura con la mobilità plastica del suo corpo e del suo volto: ogni espressione ne contiene una opposta, ogni nuovo stato emotivo è già preparato nel precedente, ogni sorriso mostra un angolo acre e ogni lacrima o grido aspira ad un anelito di pace e di perdono. Via via che si entra nelle maglie della tragedia la sua figura cambia: i capelli sciolti, poi legati in una treccia, la gestualità sempre più decisa, l’irrequietezza sempre più manifesta e ricomposta alla fine, mangiando una fetta di torta insieme all’ombra della madre. E proprio mentre l’odore di quella torta messa in forno a cuocere si impossessa della sala, l’interprete sempre più e sempre meglio si lascia amare e inseguire, come fosse un’immagine votiva e pietosa di donna, di martire, e al contempo un corpo di ragazza capace ancora di sperare e di sognare. Avevamo lasciato questa bella promessa del nostro teatro nella sguaiatezza della prostituta greca e della moglie omicida di Battuage (si veda la recensione della sottoscritta, www.paneacquaculture.net del 6 maggio 2014); l’avevamo apprezzata nella cugina morbida e sensuale di Io, mai niente con nessuno avevo fatto (primo e ultrapremiato lavoro di Vucciria) e la ritroveremo presto sulle scene italiane con una nuova produzione della compagnia capeggiata dal talentuoso Joele Anastasi (“cambiamo decisamente registro – ci confida – e stavolta non affronteremo una storia di disagio ed emarginazione, ma non voglio anticipare di più”) e in una commedia di Antonio Grosso e Francesco Stella, Vicini di stalla, diretta da Ninni Bruschetta. E naturalmente non possiamo non augurarci che questo Ogni volta che guardo il mare – in cartellone a fine luglio tra gli eventi programmati a Tor Bella Monaca (www.estateromana.comune.roma.it) – possa avere lunga vita, approdare proprio a Petilia Policastro e in altri centri del nostro Sud. Laddove la testimonianza si fa memoria “necessaria”. Per non dimenticare. Mai e poi mai.

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