La Passione di Cristo, ieri, oggi, sempre

unnamedMARIA PIA MONTEDURO | La LXIX Festa del Teatro a San Miniato, il più antico Festival di teatro italiano, presenta come spettacolo centrale “Passio Hominis”, il testo che raccoglie varie tradizioni orali della Passione messe per scritto da una monaca copista teatina nel 1576 e 1577, Maria Jacoba Fioria. Una sacra rappresentazione desunta dal Codice V. E. 361 della Biblioteca Nazionale di Roma. La piazza davanti al Duomo, che accoglie spettacolo e Festival, è quella dove nell’estate del 1944 furono uccisi dai nazisti ben 55 civili. E qui va in scena la passione di Gesù Cristo, inserita e attualizzata nel Novecento, “secolo breve”, ricco di stragi, dolore, morti, totalitarismi. Su un testo straordinario per icasticità e forza drammaturgica, il regista Antonio Calenda abilmente inserisce un’analisi, spietata e realistica, dei drammi storici e umani del secolo scorso, ponendo come cardine dell’azione il rapporto, intenso e sofferto, della Madre con il Figlio. La Madonna e Gesù vivono intensamente il dolore per l’imminente morte di questi: Maria lo esorta a non accettare per una volta il Disegno e Gesù si strugge per il dolore che vede negli occhi e nel volto della Madre, dolore di tutte le madri che hanno perso e che continuano a perdere i figli, ammazzati, traditi, imprigionati. A dare spessore ancora maggiore a un testo, di per sé forte e asciutto, l’interpretazione possente e drammatica di Lina Sastri, che fissa nella voce, negli sguardi e nei movimenti lo strazio di chi si sente portar via l’oggetto d’amore della propria esistenza, il figlio unico e irripetibile, la sua stessa ragione di vita. La Sastri, con mille sfumature di voce e di sguardi, colora il dolore più forte (perché contro natura) per antonomasia: quella di una Madre che sopravvive al figlio. A cadenzare le parole in volgare della monaca cinquecentesca inserti della vita del ‘900: il sinedrio, Caifa e i sommi sacerdoti a metà strada tra nazisti, mafiosi e dittatori argentini (interessante l’inserimento di una scena di tango); un povero – indice del destinatario primario del messaggio di Cristo – che ricorda l’ingenuo Charlot e il bistrattato soldato Schweyk; la quotidianità serena della vita della madre rappresentata da un’antica macchina da cucire, in una dolcezza e intimità casalinga che ricorda il lirismo di Garcia Lorca. E poi un angelo che con voce dolcissima cerca di consolare Gesù nell’Orto degli Ulivi e un diavolo che accompagna Giuda al suicidio. Una scena-non scena (un tavolato a U sopraelevato, con il pubblico dentro e fuori il recinto) rende aoristico il dramma della morte di Gesù che, nell’acme della vicenda, muore non propriamente in croce, ma per una raffica di mitra, come tanti giovani partigiani. Qui alle musiche di Germano Marzochetti (molto ben integrate nell’azione drammaturgica) si unisce Haendel è l’effetto è dirompente. L’ultimo segmento dello spettacolo offre il pianto di un neonato: dalla morte può nascere la Vita, la speranza non deve mai abbandonare l’umanità. Tutto il cast è oltremodo coeso: nei ruoli principali, oltre alla Sastri, Jacopo Venturiero (Christo), Francesco Benedetto (Juda), Antongiulio Calenda (Joanni), Alessandro di Murro (Petro), Marco Grossi (Caifas). Lo spettacolo si replica fino al 2 luglio. Poi il 25 e il 26 agosto andrà all’Aquila, quasi voler stigmatizzare una nuova “Passione dell’uomo”…

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