Benjamin Verdonck ad Avignone: magia e sovversione delle forme

VALENTINA SORTE|

notallwhowanderarelost, benjamin verdonck

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Nella Cappella dei Penitenti Bianchi, lontano dai palcoscenici più ambiti di Avignone, e lontano dall’agitazione festivaliera delle vie adiacenti, l’artista belga Benjamin Verdonck ha presentato un lavoro molto interessante che spazia dal teatro d’oggetti alla performance, e che domanda al pubblico un’attenzione particolare.

Notallwhowanderarelost, letteralmente “non tutti coloro che vagano sono perduti”, è un vero e proprio esercizio alla visione, un invito alla percezione delle forme e delle cose. Lo spettacolo inizia con un numero di equilibrismo in cui l’artista, grazie ad un pallone e a un barattolo usati come contrappesi, riesce a tenere sospesa una sedia su due lattine di Coca-Cola. L’operazione è millimetrica. Partono i primi applausi, ma vengono subito smorzati. Non si tratta di un’esibizione di bravura, piuttosto di una “preparazione a”: un aggiustamento visivo ed “emotivo” a quello che seguirà. Un po’ come il tempo necessario alla nostra retina per abituarsi a vedere al buio. Solo che qui non manca affatto la luce, siamo in pieno giorno.

La sedia viene tolta e lo sguardo cade su una struttura in legno, al centro della scena. Una sorta di circo di Calder dalle dimensioni enormi. Misurerà almeno 6mX4m, e assomiglia a un telaio a mano. E in effetti Verdonck come un marionettista,  grazie a semplici fili di spago, si diverte a manovrare (a vista) dei piccoli triangoli in cartone, muovendoli lungo diversi binari. Ai lati, su ogni livello, dei quadrati di legno fanno da quinte e coprono parte del meccanismo. Tirando o allentando ogni volta un filo diverso o più fili insieme, l’artista crea una coreografia di oggetti molto pulita e delicata, quasi geometrica e piena di poesia. È un gioco di epifanie e sparizioni, di accelerazioni e decelerazioni, di avvicinamenti e allontanamenti. Le variazioni sul tema sono infinite, mai abusate. Al contrario ogni variazione è inattesa e apre lo sguardo dello spettatore alla “possibilità”. Non ci si stanca mai di guardare, ogni volta si vede qualcosa in più. Si comincia dalla grandezza, si passa al colore, alla velocità, e poi all’inclinazione, per finire con l’orientamento, le direzioni e le rotazioni. Il riferimento alla pittura e alle forme pure di Malevič o di Josef Albers è piuttosto leggibile.
VB!Ogni pezzo di cartone cessa di essere un semplice oggetto inanimato, perde qualsiasi utilità o usabilità e si carica al contrario di una forza astratta ed emozionale capace di proiettare il pubblico in un’altra dimensione e in un’altra temporalità, facendogli dimenticare per circa un’ora il mondo fuori. E infatti, prima di passare alla terza e ultima parte del lavoro, l’artista abbandona il suo giallo maglione e si camuffa in una specie di manichino senza testa che recita alcuni versi di J. L. Borges sul tempo: “Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco”. Questa citazione non è però l’unico momento in cui compare la parola. Durante tutto lo spettacolo, dei frammenti di frasi, incollati su alcuni pezzi di cartone raccontano una storia – la storia di un certo K. – che sembra non aver un diretto legame con la narrazione visiva ma che probabilmente ne è la genesi. La questione rimane aperta.

Notallwhowanderarelost si chiude infine con un’altra citazione pittorica. Da Malevič si passa a Rothko. Verdonck abbandona la geometria delle forme per regalare allo spettatore un autentico viaggio nel colore. Ritagliando e ricavando all’interno della sua “macchina a illusioni” una sezione rettangolare, l’artista fa scorrere pure porzioni di colore. È un gioco di sovrapposizioni e accostamenti, tanto semplice quanto efficace. L’effetto è ottenuto grazie a dei pannelli mobili che creano diverse combinazioni cromatiche e che si inseriscono perfettamente in questa drammaturgia ludica, fatta di micro-eventi e invenzione. Nella successione delle varie cromie, l’ultimo posto è però riservato al performer stesso. L’artista sembra essere diventato parte della sua opera. L’ultimo pannello colorato si alza e spunta la sua testa che lentamente inizia a ruotare per ritrovarsi all’ingiù. Fine.

Ora capiamo perché questo lavoro è stato inserito tra gli spettacoli rivolti a un pubblico più giovane: per la sua capacità di parlare, al di là dell’età, alla parte di ludica e infantile di tutti noi. Bravò! Finalmente gli applausi sono concessi e sono tutti meritati.

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