“La mia storia d’amore con la voce”: intervista a Tiziana Fabbricini

La Voix Humaine @ Flashati Cinefotoclub

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MATTEO BRIGHENTI | “Io insegno, non canto più. Ho detto di sì perché me l’ha chiesto il direttore artistico Andrea Cigni, un carissimo amico che stimo, con cui ho anche lavorato in passato.” Tiziana Fabbricini, la Traviata degli anni Novanta, debutto giovanissima alla Scala diretta da Riccardo Muti e 150 repliche nel mondo (“vuol dire 300 in linea generale, io cantavo tutte le prove, che però non si contano”), ha detto sì all’idea matta e vincente di fare del Festival Orizzonti di Chiusi una manifestazione riconosciuta a livello nazionale per la sua multidisciplinarietà. Teatro, danza, musica classica, contemporanea e opera lirica si tengono strette come le vie del piccolo borgo nel senese. Con la tragedia lirica La Voix Humaine (La Voce Umana), un atto unico del compositore francese Francis Poulenc, tratto dall’omonima piéce di Jean Cocteau, il soprano di Asti è riuscito a unire canto e intepretazione. “L’ho eseguita diverse volte. Qui è stata nella forma più classica, due mobili neri, divano rosso, telefono e il pianoforte di Andrea Dindo. Tutto era concentrato sull’interpretazione della cantante: doveva fare tutto lei, non c’era nulla che potesse aiutarla.”
Tiziana Fabbricini mi parla dritto negli occhi nella ‘sala stampa’ del Festival, il chiosco nei giardini del Duomo. Il racconto della distruzione di un amore attraverso “il comune accessorio dei drammi moderni, il telefono”, come scrive Cocteau, lascia presto il tempo e lo spazio a domande e risposte sui ricordi e i progetti di una figlia delle note, una virtuosa dell’animo che ascolta ancora il canto del talento.

A chi appartiene la voce che ha interpretato?
“È di una donna molto angosciata, che tenta di nascondere il suo dolore, ma alla fine non ce la fa, non può fare a meno di tirarlo fuori. Non ha nome: Jean Cocteau non intende definirne l’identità. Gli basta dire che è una voce umana in quanto è espressione di un’interiorità, una spiritualità. La voce di per sé, se non comunica sentimenti, è solo un suono. ”

Che rapporto ha con l’uomo dall’altra parte della cornetta?
“Lei non vuole interrompere la loro relazione, ma non può succedere altrimenti, perché lui vuole che questa storia finisca. Dalle risposte di lei si intuisce che quest’uomo è con un’altra, ma con chi? La moglie? Una nuova amante? Non è sincero e questo la angoscia sempre di più.”

Com’è intervenuto Poulenc su Cocteau?
“La musica è straordinariamente adatta al testo, aderisce perfettamente a quello che la donna dice e prova. Quindi si possono trasmettere, se la cantante è anche attrice, le emozioni. Ed è quello che a me piace. Da sempre, da subito, ho cercato di comunicare il personaggio, di far sentire il ruolo, perché possa diventare spontaneo, perché il canto possa restituire i sentimenti che prova il personaggio. Sono cose indissolubili, non si possono cantare solo le note, è impensabile.”

Di grande intensità drammatica fu Anna Magnani, che interpretò La Voix Humaine in Amore, film del ’48 diretto da Roberto Rossellini.
“Anna Magnani aveva una passionalità molto forte, più propensa all’espressione popolare che a quella raffinata. Quindi l’interpretazione che ne diede, secondo me, fu molto marcata, anche troppo. Io cerco di essere più elegante, meno ‘verace’, di non diventare mai volgare, eccedere o urlare.”

Foto di Flashati Cinefotoclub

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C’è differenza tra cantare e dire un sentimento?
“Nessuna, per me non deve essercene nessuna. Bisogna possedere una tecnica vocale che possa permettere di parlare cantando. Non è una cosa che fanno tutti, io ho sempre dato grandissima importanza alla pronuncia. Se non si capiscono le parole non si può comprendere bene, a livello emotivo, quello che prova l’interprete. La musica fa tanto, ma non fa tutto. Qui più che mai.”

Che legame c’è, se c’è, tra la donna di Cocteau e le sue tante ‘Violette’?
“C’è l’universo femminile del sentimento, che è straordinariamente uguale in tutti i tempi, un modo di sentire l’amore fondamentalmente diverso da quello del maschio. Avendo vissuto un’esperienza abbastanza simile posso dire che Cocteau e Poulenc, pur essendo uomini, hanno raccontato noi donne in maniera straodinariamente vera.”

Violetta l’ha cambiata nel tempo?
“Non mi ha cambiata, io mi sono espressa da subito in quel modo, io ero già così da ragazza. Ho debuttato nel ruolo a 21 anni dopo aver vinto a Rieti il Concorso Internazionale per Cantanti Lirici ‘Mattia Battistini’, bandito da Franca Valeri, anche lei quest’anno a Orizzonti, e dal suo compagno. Sentivo Violetta così come l’ho interpretata anni dopo, alla Scala, con il maestro Muti. Certo, avendola cantata tante volte ho potuto perfezionarla, ma il mio modo di approcciarmi a questo personaggio è sempre stato identico, non ho potuto metterci qualcosa che non ci fosse già.”

Perché ha scelto di diventare una cantante lirica?
“La musica me l’hanno trasmessa i cromosomi. Mia mamma cantava, era bravissima, poi si è sposata e mio papà non ha voluto seguisse la carriera. Cantava in casa e io imparavo le opere a memoria con estrema facilità. Anche mio papà aveva una voce bellissima, suonava la chitarra. A 4 anni mi comprarono un piano giocattolo con un’ottava e mezza: da quel momento non ho più avuto altro gioco. Si sono accorti che dovevo studiare musica, è stata una cosa molto spontanea. Sono entrata in conservatorio per studiare pianoforte, poi mi sono iscritta alla classe di canto. A 18 anni sono entrata nel Coro del Teatro Regio di Torino dopo aver vinto un concorso. Ero la più giovane, vivevo in teatro, compresa la notte, facevo il giro con la guardia notturna. Stavo lì, vivevo lì. A 29 anni il debutto alla Scala con Traviata diretta da Riccardo Muti, come ho detto prima. Ho fatto tutto molto presto, perché il talento è precoce, si vede, è evidente.”

C’è qualcosa che rimpiange di non aver detto o fatto con il canto?
“Ci sono tantissime cose che avrei voluto fare e non ne ho avuto l’occasione, il cabaret di Kurt Weill, la Norma: quando stavo per debuttare mi sono ammalata e ho dovuto rinunciare. Uno vorrebbe cantare tutto, ma non si può.”

Oggi lei insegna: avrà modo di interpretare Norma attraverso le sue allieve.
“Potrò farlo con chi ha le qualità giuste, certo. Il mio lavoro di adesso, forse, è più importante di quello di prima. Tutto il mio impegno possibile è far capire che l’arte deve essere un bisogno intimo, una necessità, così come lo è stata per me. Altrimenti è solo capriccio, velleità e non porta a niente di buono.”

La Voix Humaine
di Francis Poulenc
Tiziana Fabbricini, soprano
Direttore Sergio Alapont
Maestro al pianoforte Andrea Dindo
Regia, scene e costumi Renato Bonajuto
Produzione Festival Orizzonti Fondazione
Venerdì 7 e sabato 8 agosto, Chiostro di San Francesco, Chiusi.

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