banner-1_1-4-2_3 (1)RENZO FRANCABANDERA | Eccoci con la seconda puntata di questo dossier su esperimenti di successo della gestione dello spettacolo dal vivo. Dopo la prima puntata dedicata al Festival di Dro, raccontiamo oggi di Teatro a Corte, con questo articolo che si conclude con un videoreportage sull’edizione di quest’anno e un’interessante intervista a Beppe Navello, da sempre direttore artistico di questa iniziativa, in cui si parla di molte tematiche assai attuali su gestione del patrimonio culturale e del suo ammodernamento. Continuiamo quindi a volerci interrogare sui motivi del successo di alcune iniziative, sulle pratiche virtuose che aiutano a determinarne l’affermazione.
Iniziamo quindi ad esaminare quali sono i driver di successo di questo caso.

1 – LA HERITAGE
E’ evidente che, per come questo festival è diventato da dieci anni circa a questa parte, Teatro a Corte non esisterebbe senza le corti, l’accesso alle dimore sabaude, all’interno delle quali sono ambientati moltissimi degli spettacoli del ricco cartellone che occupa, in genere, la seconda metà di luglio. E’ un festival che ha come peculiarità il suo svolgersi in luoghi fantastici del patrimonio artistico piemontese, le residenze di casa Savoia, ora trasformate in molti casi in regge-museo. Ogni anno una sfida, un nuovo luogo, il tentativo di stabilire legami fra quello che questi luoghi sono stati e quello che possono essere/diventare. Pochi territori hanno investito in modo così coerente su un progetto di teatralità diffusa che ha portato negli anni a realizzare iniziative di interazione fra arte, pubblico e territori, rimaste nella memoria di chi le ha vissute.

2 – IL PUBBLICO
Teatro a Corte, proprio per le sue peculiarità logistiche è da sempre uno fra i festival più seguiti e frequentati, con un pubblico molto eterogeneo, proveniente dall’intera regione e non solo. La possibilità di visitare le dimore, di scoprirle in una luce totalmente nuova, rivissute e ripensate attraverso il filtro dell’arte, fa si che Teatro a Corte sia sempre un grande successo al botteghino. Non ho mai assistito a spettacoli di questo festival con la sala semi vuota o con 20-30 persone come a volte tristemente capita di vedere qui e lì in Italia. Vuol dire che un percorso è stato fatto, e che il territorio conosce l’iniziativa e ne apprezza il carattere.

3 – COMUNICARE: OLTRE UN CERTO PROVINCIALISMO
Arriviamo qui ad un punto stranissimo, perché questo festival ha sicuramente un grande appeal sulla stampa, soprattutto internazionale, con uscite su prestigiosissime testate come Le Monde, giusto per citarne uno, ma la sua sovrapposizione temporale con il treno dei festival tosco/emiliani di metà luglio fa si che per certa critica italiana (salvo ovvie eccezioni) il festival non abbia tutta l’attenzione che assolutamente merita. In questo va denunciata una certa sclerosi abitudinaria, l’incapacità di aprire al confronto e al nuovo di molti colleghi della stampa, anche quella che si proclama “gggiovane” o “nuova”, e che vivono invece dinamiche tristemente routinarie, che guardano purtroppo in maniera fissa a talune cose, misconoscendone del tutto altre. Certo, nel tanto occorre scegliere, ma non conoscere affatto è spesso un peccato.
Ritengo anche che ci sia una disabitudine al linguaggio della commistione, il ritenere necessaria la supremazia della prosa, il non vivere possibilità di esperienza altra, se non quella legata a ciò che è già noto. Ma così non si aiuta il sistema a crescere.
Menzioniamo qui a puro titolo esemplificativo la presenza nel cartellone di quest’anno di nomi di calibro internazionale come Gob Squad, o i vincitori delle ultime due edizioni dell’International Tanz Solo Competition di Stoccarda, o nel 2012, primi in Italia, Peeping Tom, il sodalizio di Gabriela Carrizo e Franck Chartier nati da una costola della compagnia di Alain Platel (anche qui fra i primi se non proprio i primi a proporli in Italia), giusto per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Ma anche Ilotopie, Groupe F e tantissimi altri, per spettacoli a volte colossali di ispirazione ibrida, fra danza, teatro e dimensione acrobatica di nouveau cirque, che Teatro a Corte ha fatto conoscere all’Italia intera. Insomma se arrivano giornalisti da Parigi e non solo, qualche ragione ci sarà…

4 – OLTRE CONFINE
Ed è appunto l’abilità di guardare e costruire relazioni oltre confine la cifra più significativa dell’organizzazione e dalla direzione artistica che da anni vede Beppe Navello al timone. Negli ultimi anni peraltro è stata prescelta una formula assai interessante di partnership con questa o quella macroregione europea, per ospitare, in taluni focus nazionali, le forme più innovative delle arti sceniche di quella nazione: dalla Russia alla Vallonia, la Germania ecc.

5 – E L’ITALIA?
Ecco, questo è stato finora un punto di forza di Teatro a Corte, ma forse anche una delle ragioni che spiega le questioni di cui al punto 2 sopra: Teatro a Corte non ha mai scelto compagnie nazionali “per forza”. Ha negli anni mostrato alcuni esperimenti italiani, ma senza che la cifra dell’italianità fosse quella necessaria per occupare i palchi. Si, certo, poi si ha a che dire sul fatto che  alla scena italiana manchi il sostegno per la produzione di lavori ecc, ma con la stessa onestà occorre dire anche che in Italia artisti che fanno ad altissimo livello questo tipo di arte “ibrida” ce ne sono pochissimi, se non nessuno, schiacciati come siamo fra la cultura “Orfei” di un circo che ormai in Europa quasi non esiste più e le compagnie capocomicali di prosa. Sarà forse assurdo ma questo spiega ad esempio anche perché sia stata scelta per Expo una compagnia come Le Cirque du Soleil per lo spettacolo celebrativo. In Italia questa forma di acrobatica spettacolare con commistioni di danza contemporanea, non ha interpreti di calibro internazionale. E’ un fatto. Giusto qualcuno che inizia ad appendersi a qualche campanile qui e lì, ma è incredibile come una nazione che nelle arti ginniche ha avuto interpreti di livello olimpico, non abbia finora dedicato possibilità concrete a questa forma di arte su scala medio-grande. In molte regioni del Nord Europa esistono scuole e formazione specifica. In Italia forse una, a Bologna, la cui promotrice Alessandra Galante Garrone è da poco scomparsa. O il percorso di formazione al Teatro Leonardo a Milano negli anni d’oro. Ma poco più… L’Italia è culturalmente un paese che vive di uno stereotipo socio-culturale (piccolo borghese) legato alla tradizione e incapace di proporre il cambiamento dall’interno. Il fenomeno (peraltro diversissimo e che menzioniamo solo per il tema dell’assenza quasi totale della parola in molte creazioni) della Societas Raffaello Sanzio/Castellucci, con tutta la sua portata, è infatti stato un caso unico, e rimasto poi per molti versi isolato.

6 – L’ACCOGLIENZA
Giriamo molti festival in Italia e non solo. Ma l’attenzione che questo festival riserva all’accoglienza di artisti, operatori, addetti ai lavori e anche solo pubblico è un caso quasi unico per eccellenza. Come avevamo menzionato nel caso di Dro l’abilità nelle campagne di comunicazione di Virginia Sommadossi, non può tacersi nel caso di Teatro a Corte lo stile diversissimo, ma non meno originale e indimenticabile, per chi lo ha conosciuto, di Mara Serina, professionista del mondo della comunicazione legata allo spettacolo dal vivo, che ha lavorato con e per istituzioni come Piccolo Teatro di Milano, Teatro degli Arcimboldi, Festival di Santarcangelo, Regione Emilia Romagna, Comune di Milano, e che dal 2008 ricopre l’incarico di consulente artistico presso la Fondazione Teatro Piemonte Europa per la realizzazione di Teatro a Corte, attivando e gestendo progetti con ambasciate, istituzioni pubbliche, centri teatrali, festival e compagnie. E’ un modus operandi, il suo, che di fatto permea ed ha aiutato a creare “uno stile Teatro a Corte”, un’attenzione capace di farsi forma e sostanza.

7 – LOGISTICA E CONVIVIALITA’
Le navette che trasportano il pubblico, le occasioni conviviali non esclusive ma per molti, i momenti di incontro fra artisti e spettatori in località fantastiche delle dimore sabaude, fanno si che negli anni Teatro a Corte abbia creato una modalità di ragionare sulla dimensione dell’accessibilità delle arti e dei linguaggi dell’ibridazione che ha poche analogie in Italia. Facendo mente locale, non vengono in mente molte altre occasioni di organizzazione su un territorio potenziale così ampio, e che comprende così tanti eventi e momenti di accessibilità e apertura. Quest’anno erano previste finanche visite guidate per gli spettatori nelle dimore sabaude prima degli spettacoli, e gli altri anni la possibilità per chi veniva da fuori di avere la Torino Card per i musei. Un ragionamento ampio sulla dimensione del turismo culturale che per organizzazione e capacità di innovarsi è difficile incontrare altrove. E’ un fatto. Sarà perché comunque il circuito piemontese negli anni ha saputo far gruppo, fra comuni interessati, soprintendenze, istituzioni ecc… ma questa cosa, da metà del primo decennio del 2000 in poi ha iniziato a funzionare. Non è un caso che le Olimpiadi di Torino siano state nel 2006 e il primo grande finanziamento al progetto Teatro a Corte sia arrivato nel 2007, con un progetto triennale di valorizzazione di questi luoghi attraverso il dialogo con lo spettacolo dal vivo.

8 – IL DIALOGO E LE RELAZIONI CON ISTITUZIONI E MONDO DEL LAVORO
Perché a volte non ci si pensa, ma allestire in luoghi incredibili, avere autorizzazioni, permessi, ponteggi, americane, migliaia di persone in questa o quella reggia, maestranze, lavoratori del pubblico chiamati a straordinari con accesso a luoghi d’arte in orari spesso notturni fra fine luglio e inizio agosto è cosa che non riesce a tutti dappertutto. A Roma sono bastate due gocce per far chiudere il Maxxi a ferragosto… Qualcuno sta indagando ma si resta interdetti, come pure sul caso Pompei dell’assemblea sindacale. Quindi fra permessi, straordinari, eccecc, ogni edizione di Teatro a Corte sembra un miracolo per quanto c’è sui palchi ma ancor più per quanto c’è attorno. Questo è un tema che viene ampiamente affrontato nel contributo video.

9 – IL GRANDE E IL PICCOLO
Teatro a Corte è un festival che ha saputo coniugare la grandezza di allestimenti fra i più complessi e spettacolari ospitati in Italia (come quello di Groupe F a Venaria nel 2007 per la riapertura della reggia con quasi 10.000 spettatori, che Beppe Navello ricorda nel videoreportage che proponiamo in calce a questa riflessione) con microallestimenti su forme di teatro in piccolissimo, come quelle che sempre a Venaria, ma fuori dai cancelli, accoglievano il pubblico: indimenticabili per chi le ha sperimentate le creazioni di audioteatro de La voce delle cose, un sodalizio artistico assai originale di Bergamo, capace di far costruire a chi partecipava, forme di narrazione tramite oggetti e audiopercorsi guidati, in modo da trasportare anche gli adulti in un universo creativo quasi infantile e fecondo, non sovrastrutturato ma ugualmente potente. Una cifra questa, che a suo modo investe il festival.

10 – E POI, DEO GRATIA, L’ARTE
E poi, anche qui, dulcis in fundo, l’arte. Non sono mai andato via da Teatro a Corte senza aver visto qualcosa che avevo voglia di segnalare, raccontare, che mi aveva stupito, convinto, avvinto. Ho visto anche cose medie, ovvio, o che mi hanno scaldato meno, ma nel complesso, se penso agli anni e alle edizioni in cui ho seguito il festival, ai luoghi a cui ho avuto accesso, al fissarsi di immagini nella memoria, fra arti, stranezze, ibridazioni, potenziale evocativo, penso che si sia sempre realizzata un’alchimia. E anche qui, occorre dire, che oltre al sostegno economico, alla capacità e all’iniziativa del management, l’ingrediente principale del festival è la cura. Al dentro e al fuori. A chi c’è e a chi arriva. A chi c’è e a chi ci dovrà essere.

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