Archivio Zeta, Pasolini nostro rivoluzionario

Pilade/Campo dei rivoluzionari @ Stefano Vaja

Pilade/Campo dei rivoluzionari @ Stefano Vaja

MATTEO BRIGHENTI | Archivio Zeta è il teatro di corpi offesi che la parola strappa all’oblio. Parola tragica, perché interroga e sfida la sopraffazione, il potere, il dominio dell’uomo sull’uomo. Eschilo, Sofocle e adesso il Pilade di Pasolini, in occasione del 40° anniversario della morte, sono armi e architettura nelle mani e negli sguardi di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, luogo di incontro, assemblea di ascolto e decisione partecipata da attori e pubblico, da pari a pari.
A VolterraTeatro, dopo aver ricucito l’anno scorso La Ferita tra città e cittadini, la compagnia ha spinto il progetto Pilade/Pasolini fin dentro la Locatelli, la salina di Saline di Volterra (Pisa), per alleviare, arginare, condividere attraverso Pilade/Campo dei Rivoluzionari la paura continua degli operai della SMITH BITS che per loro non esista un domani. In 193 in primavera sono stati “messi in libertà”, cioè mandati a casa senza stipendio e senza ore di attività da svolgere, ridotti poi a 114 nelle scorse settimane. Numeri che non sono casualità, fatalità, sfortuna, ma freddo e ragionato calcolo che antepone il profitto alla vita. Le altre tappe sono state Pilade/Camposanto, al Cimitero vecchio di Montecatini Val di Cecina, Nascita di Atena, a Castelnuovo Val di Cecina, nell’incanto inconsueto delle Fumarole di Sasso Pisano, e infine, a chiusura del Festival, Pilade/Montagne a Pomarance, sulla Rocca Sillana.
Tutto il Pilade affronta il potere, inteso come governo, amministrazione, ‘sepolcro imbiancato’ del progresso, quindi falso e ipocrita, che nasconde la perversa natura di comportamenti riprovevoli sotto una parvenza d’irreprensibile miglioramento. Qui dentro, nelle viscere di un mare evaporato, dove la luce penetra, ma non abbaglia, confonde i contorni e mette al mondo un tempo dilatato, umido e rumoroso, qui nella salina che produce il sale più puro d’Italia il bianco è dappertutto e ciò che ancora non lo è, lo sarà presto. Un tempo sospeso come sospesa è la città che fa da tema-guida alla XXIX edizione del Festival Internazionale delle Arti diretto da Armando Punzo (20-26 luglio).

Foto di Stefano Vaja

Questa scenografia, questo spazio/set scelto da Archivio Zeta, allora, non è illusione né inganno, è senso, direzione, un preciso punto di vista che accoglie e amplifica, per contrasto e paradosso, i gesti e i pensieri sottratti all’oltraggio di parametri, tendenze, stime. È, in definitiva, lo spazio della mente di un artista. “Non è un luogo presente, è un luogo assente, sospeso”, scrive Punzo, “un artista [è] l’unico capace di realizzare una rivoluzione senza sangue e senza nemici, dove l’unica vittima è lui stesso.”
Il rosso è solo nell’abito altero che indossa Enrica Sangiovanni, Atena, venuta ad Argo alla testa di un corteo di Eumenidi per insediare il culto della Ragione, fredda e severa, che guarda esclusivamente al futuro. Pasolini riannoda la trama là dove Eschilo conclude la trilogia dell’Orestea, con l’assoluzione del matricida Oreste da parte dell’Areopago, che segna il passaggio dalla società arcaica, permeata da un senso di religiosità oscura e violenta, a quella moderna dove la giustizia è esercitata dai tribunali, e che Archivio Zeta ha attraversato guardando negli occhi le lapidi del Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa, sull’Appennino tosco-emiliano, il più grande sacrario di vittime tedesche della Seconda Guerra Mondiale in territorio italiano.
Rami di ulivo, grandi bandiere bianche percorrono imponenti il perimetro dell’hangar, ventre di quella che sembra una vita migliore, il benessere arreso all’evidenza della pace. Archivio Zeta riesce a esprimere una visione d’insieme e un movimento di masse di corpi che avvince per forza e composta fierezza. Perché sotto le maglie nere che li fanno assomigliare ai cittadini di Argo, uomini e donne in silenziosa processione nascondono la loro appartenenza alla SMITH BITS, la loro identità di operai traditi. Il sistema si è servito di loro per rendersi indispensabile, ma adesso che è diventato modalità di pensiero e può auto-riprodursi, auto-rigenerarsi, non ha più bisogno di loro.
L’artista, il timido Pilade, interpretato da Gianluca Guidotti, in cui s’identifica lo stesso Pasolini, l’intellettuale, può gridare dal suo mondo non dimentico del passato la propria bestemmia alla Ragione. La sua impotenza, sconfitta e diversità, non è nei limiti della sua voce. Pilade/Campo dei Rivoluzionari non fa grandi cose, fa cose grandi, fa trasparire le responsabilità dell’esercito di Pilade, colpito da una cascata di sale e dall’assenza di una coscienza e presenza di sé, di sentirsi capaci di poter contare e cambiare le cose.
Mancano del senso di comunità di popolo che Archivio Zeta costruisce tanto nell’esecuzione di questo rito teatrale di appartenenza e resistenza quanto nella sua preparazione. Infatti, sono oltre settanta i cittadini-attori che Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni hanno messo in scena: ai circa quaranta del laboratorio annuale tenuto a Volterra, si sono uniti, eccezionalmente, i partecipanti di un laboratorio speculare che la compagnia ha condotto con i cittadini di Bologna, oltre ad alcuni operai della fabbrica SMITH BITS. “Noi che viviamo in una sola generazione ogni generazione vissuta qui”, rimarca alla fine la voce di Pasolini leggendo Il canto popolare. Il teatro come apprendimento della gestione della cosa pubblica, non un accidente o un accessorio, ma una pratica quotidiana di dibattito e riflessione in cui ieri e domani sono dentro un oggi uguale per tutti, che ascolta e fa parlare tutti.
Per questo dai loro itinerari poetico-letterari non si ritorna più gli stessi: perché non lasciano indifferenti, perché, essenzialmente, Archivio Zeta odia gli indifferenti.

Archivio Zeta
Pilade/Pasolini
direzione artistica e regia di Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni
partitura sonora Patrizio Barontini

Sabato 12 e domenica 13 settembre debutta l’ultimo episodio del progetto Pilade/Pasolini, Pilade/Parlamento, all’interno di Villa Aldini, a Bologna, che fu set del film Salò. Lo spettacolo vedrà la partecipazione degli ospiti del centro di accoglienza per richiedenti asilo che si trova accanto alla Villa.

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