Pilade parte II: ArchivioZeta oltre la Ragione. Dalla Futa alle tappe bolognesi

pilade_ArchivioZeta_15 agostoRENZO FRANCABANDERA | Pratica teatrale seria e follia sono due stanze vicine nell’albergo della vita umana. Sono nel piccolo corridoietto, spesso senza finestre che guardano fuori, in cui di solito ci sono anche le stanze della povertà di mezzi, della ricchezza di spirito e il mausoleo di Don Chisciotte.
Perché in fondo dedicarsi a quest’arte è consdensarsi e spesso un po’ masochisticamente crogiolarsi fra lotte contro i mulini a vento, grande battaglie ideali al limite se non oltre la ragione, in cui da guadagnare c’è spesso solo la consapevolezza di aver riservato alla propria presenza nel tempo della vita e nella società un ruolo adeguato al dono dell’intelligenza che Natura ha dato a ciascuno.

Parliamo qui di una compagnia che ha sempre focalizzato l’attenzione sullo studio dei classici e dei tragici in particolare: ArchivioZeta, che nell’ultimo anno, dopo una lunga militanza sull’Appennino tosco-emiliano ha deciso di stabilire il suo quartier generale a Bologna.

E parliamo di un drammaturgo intellettuale contemporaneo italiano, autore di sei tragedie in uno dei periodi più travagliati della storia repubblicana, e tra il 1966 e il 1970: sei opere straordinarie in versi, che affrontano temi delicatissimi che spaziano dall’umano sentire alla forma della società, con una tecnica di scrittura e di strutturazione del testo che ha finora costretto quasi tutti coloro che si sono confrontati con queste parole ad acrobazie sceniche nel tentativo di mantenere un’unità che forse in fondo neanche Pasolini poteva mantenere tale, se non nella forma teorica e astratta dello scritto.

Il mito: Pilade è nipote per parte di madre di Agamennone e Menelao, crebbe con il cugino Oreste e fu al suo fianco nella vendetta su Clitennestra ed Egisto per l’uccisione di Agamennone. La sua vicenda è narrata nell’Orestea eschilea, di cui l’opera pasoliniana è intrinsecamente conseguente.
Pasolini immagina i due amici Oreste e Pilade arrivare, dopo aver conquistato Argo, a confrontarsi sulla forma di governo. Il primo è difensore della Ragione/Atena (che porta inizialmente a un potere democratico ma in ultima analisi borghese, nella similitudine pasoliniana con il nostro tempo), il secondo invocherà la lotta a difesa dei diritti degli sfruttati (qualcosa che aveva riferimento nella fede politica comunista di Pasolini). L’intellettuale Pilade, rinchiuso nel proprio mondo, uscirà però sconfitto e non potrà che gridare alla Ragione la propria maledizione, suggello della sua impotenza, data anche della sua diversità, ma consapevole anche (e questa parte del pensiero è molto moderna e supera il credo politico per arrivare ad una meditazione filosofica sulla natura dell’uomo) di aver peccato non meno di Oreste nel bramare un cambiamento che non era in fondo altro se non un desiderio di un potere. Diverso, ma pur sempre potere.

Della trilogia di Eschilo ArchivioZeta ha messo in scena i tre atti negli anni dal 2010 al 2012 riproponendo poi l’integrale nel 2013 con grande successo al Cimitero Germanico al Passo della Futa. Confrontarsi a teatro con l’opera di Pasolini era dunque quasi una necessità ma iniziativa scivolosa proprio perché, come noto a tutti coloro che fanno teatro, rispettarne l’unità formale prima di quella sostanziale rischia di produrre esiti tragici in senso lato ma anche in senso stretto.
E forse l’operazione di ArchivioZeta riesce proprio perché l’intero viene smembrato nei suoi diversi elementi costituenti, configurandosi proprio come un classico polittico di ardimento teatrale, una di quelle imprese rare in cui una compagnia si imbarca in un progetto politico-sociale di massa, dove il primo elemento, quello politico, in questo caso è incarnato proprio dal tema, dalla scelta drammaturgica, il Pilade; il secondo elemento si sostanzia nella volontà di declinarlo in forma plurale, attraverso una serie di atti, di letture stratificate e sovrapposte, ciascuna delle quali consenta di declinare una variazione sul tema.

Il progetto è stato diviso in cinque parti (Montagne – aprile 2015 a Marzabotto, Campo dei Rivoluzionari – luglio 2015 a Volterra, Boscocimitero – agosto 2015 al Passo della Futa, Parlamento – 12-13 settembre a Bologna e Morti – 2 Novembre a Bologna), di cui in particolare gli atti di Volterra e Bologna si configurano come vere e proprie imprese teatrali d’altri tempi, con decine e decine di attori non professionisti coinvolti in
La cifra particolarissima dell’allestimento della Futa di quest’anno e che la creazione si è configurata, all’interno del corpus creativo plurale dedicato al lavoro di Pasolini, come una sorta di confronto di Archivio Zeta con la sua storia, il suo passato e il suo futuro. Ci sono i genitori e i figli, la recitazione tradizionale e la tecnologia, la tragedia classica e quella contemporanea, i vivi e i morti. In ciascuno di questi capitoli, la compagnia si è sforzata di realizzare atti unici, che non abbisognassero di prologhi o spiegazioni, in modo che la creazione risulti si unitaria, ma al contempo composta da capitoli indipendenti.

FGF_0054_542415-500x334Mentre i due atti scenici, quello di Volterra e quello che verrà presentato Sabato 12 e domenica 13 settembre ore 19 a Villa Aldini a Bologna, sono veri e propri confronti sul messaggio politico e sociale di Pasolini con la società, con le sue criticità contemporanea, la perdita di lavoro, la questione migranti, l’allestimento al passo della Futa ha quasi una dimensione intima, in cui la cifra estetica, sempre presente nel lavoro del gruppo, assume una spiritualità familiare e assoluta al contempo. Persino la divinità Atena viene presentata bambina e donna allo stesso tempo, il confronto fra giovani e persone mature racchiude il conflitto tutto interno al Pilade che riguarda la dicotomia fra sogno e realtà, utopia e real Politik, tutela dei deboli e ragion di stato, che annichilisce le differenze in nome del progresso.

L’anziano viandante e il bambino che lo accompagna, che nel finale dell’opera si addormenteranno, dormono due sogni diversi. In mezzo, per la prima volta in maniera esplicita un accenno al contemporaneo, alla storia con la S maiuscola, con il simbolo della bandiera greca che viene fatta sventolare qui al passo della Futa dove sventolano tutti i giorni dell’anno le bandiere tedesca, europea ed italiana.

Ma si ascolta anche la voce di Pasolini, e la tecnologia viene per la prima volta in maniera decisiva utilizzata nell’allestimento, attraverso delle audio cuffie. Se altre volte la digitalità era stata al servizio della parte musicale, qui sostanzia sempre la parte sonora, ma con riguardo a parte del testo scenico che gli spettatori ascoltano tramite le cuffie, mentre l’azione pare dipanarsi quasi come un film muto davanti ai loro occhi.

Introduzione tecnologica intelligente e misurata: il pubblico capisce in forma immediata quando utilizzare la tecnologia e quando invece deve ascoltare dal vivo, dimostrazione della grande cura e attenzione che la compagnia riserva al momento fruitivo.

Pilade diventa così, in questo esercizio di sussurro e coralità, un’invocazione sul ruolo che l’uomo dovrebbe svolgere nella società, il tema della resa, dell’illusione, della speranza e dell’abbandono. Elemento che troverà nei prossimi atti la sua declinazione.

Da questo punto di vista proprio il parlamento multietnico che viene allestito a Bologna per l’atto settembrino del polittico, prima del confronto di novembre con la memoria di Pasolini, diventa testimonianza di un ragionamento più grande sulla distonia fra realtà ed uguaglianza nel nostro tempo.
A Villa Aldini, palazzo storico di Bologna ma ora anche un centro di accoglienza per richiedenti asilo, lo spettacolo vedrà la partecipazione degli ospiti della Villa, migranti e rifugiati (alcuni ospiti arrivano dal Senegal o dal Mali e parlano solamente la loro lingua, altri invece parlano inglese o francese), in un confronto con l’attualità di quello che in questi giorni sta accadendo. Saranno loro il coro della tragedia. Il processo creativo che ArchivioZeta ha potuto realizzare con il supporto della cooperativa sociale Arca di Noè, che ha affiancato il lavoro della compagnia, ha cercato anche concretamente di insegnare l’italiano ai migranti, oltre a sensibilizzarli e farli riflettere, attraverso l’arte del teatro, sull’ampio concetto di cittadinanza.

Siamo di certo di fronte ad uno dei 10 maggiori progetti teatrali del 2015. Un’operazione culturale di primo livello, per molti versi irripetibile nella declinazione che se ne è avuta finora e di cui, a chi può, diciamo che è giusto e bene che faccia quanto possibile per assistervi. Esserci. Prendervi parte.

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