Il più solo solissimo George di tutti i tempi a Short Theatre

foto di Claudia Pajewski

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VALENTINA DE SIMONE | Quando Werner Waas nel bel mezzo della rappresentazione apre le tende pesanti sul fondo della sala ed esce sul vialetto del retro, in accappatoio, tra l’incredulità dei passanti che iniziano a sbirciare quello che avviene all’interno dello spazio finalmente svelato, si ha come l’impressione, dalla platea, di essere piombati di colpo in un altro spettacolo, dalla parte degli attori questa volta. Osservati da un altro pubblico, come spettatori assaporiamo un ribaltamento di senso curioso, una fascinazione per la prospettiva inversa e una strana, esilarante dipendenza dalla visione.

D’altronde c’è da aspettarselo da una performance che sembra un paradosso continuo con le sue situazioni sempre al limite, con la placida indolenza delle sue espressioni mai consolidate, anzi quasi buttate lì per caso ad ogni scambio ma, invece, profondamente centrate. Tristezza&Malinconia o il più solo solissismo George di tutti tutti i tempi nasce dalla sinergia creativa tra Bonn Park, tedesco di origini coreane, autore del testo, Lea Barletti e Werner Waas, ideatori oltre che attori della mise en espace presentata alla decima edizione di Short Theatre, Nostalgia di futuro, all’interno del progetto Fabulamundi. Playwriting Europe, una rete condivisa di teatri, festival e organizzazioni culturali in Italia, Francia, Germania, Spagna e Romania, per la circolazione e il sostegno della drammaturgia europea.

Sulla scena abitata da una scrivania con tanto di piantina di lattuga in bella mostra, la solerte narratrice Lea Barletti ripercorre in tailleur le tappe salienti della lenta, lentissima vita di George, una tartaruga millenaria, ultima della sua specie, che sogna di morire nella buca di sabbia dove è nata, dopo un’estenuante routine di solitudine e di (inesistenti) grandi imprese. Ci prova periodicamente George a condividere la sua esistenza con un suo simile ma il tempo, si sa, è una brutta bestia, e anche il sesso, a furia di farlo, diventa noioso, come tutto il resto. Tanto vale allora andare avanti da solo nel proprio narcisismo, indolente e indifferente al destino altrui, anche alla fatina-bambina svolazzante (la brava Simona Senzacqua) che di tanto in tanto gli appare per raccontargli la storia amara di Raperonzolo e dei suoi capelli d’oro. Privo di entusiasmo il suo parlare è una fredda cantilena senza alcun vigore, un elenco monocorde di cibi, di situazioni, di riflessioni, di sentimenti, di lacrime, che fa da contrappeso all’animata partecipazione scenica della partner-voce narrante a fianco.

Una drammaturgia intelligente ed esuberante che molto bene si accorda alle semplici ed efficaci soluzioni sceniche adottate, e che è valorizzata dalla sintonia dei capaci interpreti. E Werner Waas, nel ruolo di George, è un atlante zoomorfo del disincanto moderno, un compendio anatomico dell’apatia tutta contemporanea dell’essere, un animale umano svagato e saggio perché cosciente, fin troppo, della sua innata precarietà. Una vera e propria specie in estinzione.

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