L’architettura del movimento in ~ 55 di Radouan Mriziga

foto di Vincent Tillieux

VALENTINA DE SIMONE | ~ 55 di Radouan Mriziga è un segno grafico di costruzione, una geometria di tracce prima che di movimenti, un’architettura coreografica fatta di forme e volumi. La fisionomia sola del danzatore marocchino, posizionato in un quadrato scenico definito dal pubblico disposto sui quattro lati, diventa unità di misura dello spazio, goniometro e righello per distanze da calcolare anatomicamente e da riportare sul pavimento, prima mediante gessetti e dopo con il nastro adesivo.

Registratori sistemati lungo il perimetro esterno interagiscono con l’articolazione del gesto senza mai sovrastarla, segnandone accenti, evoluzioni, dinamiche di senso. In piedi Radouan, poi disteso, e ancora in piedi, e ancora disteso, la ripetizione costruisce il linguaggio disegnando segmenti e aree sempre più precise, più ravvicinate, mentre l’avambraccio, facendo leva sul gomito, delinea circonferenze sparse da cui si originano nuove figure. E quando l’errore interviene, con le sue misurazioni non perfettamente calibrate, è dal corpo che si riparte per aggiustare il tiro, da quel corpo impiegato come strumento generatore di movimento.

Cinquantacinque minuti per un rituale della composizione che assesta la presenza viva del performer in una geografia spazialmente delimitata e corrispondente, al contempo, all’impulso danzante in atto. E allo spettatore collocato in una posizione di prossimità, questo lavoro d’esordio a Short Theatre di Mriziga, che gravita all’interno del progetto IYMA – International Young Makers in Action, chiede condivisione e allo stesso modo distacco, fornisce informazioni ed in ugual misura vaghezza, giocando continuamente con le prospettive e le aspettative del pubblico. Una narrazione ibrida che restituisce all’impronta ricavata sul suolo una coreografia in essa stessa inscritta. Un dialogo ricercato con la materialità del luogo in cui si agisce, come se dalla memoria dei passi che l’hanno abitato si potesse recuperare un’archeologia dell’esserci necessaria all’azione. Uno spettacolo tecnicamente strutturato, a dispetto della sua formale disinvoltura, concettualmente interessante per il background di cui si fa portatore, anche se non sempre immediatamente fruibile nella resa scenica, forse proprio per quella reiterata perizia dell’agire che lo anima dall’interno.

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