La marcia allucinata del trio Platel- Van Laecke- Prengels

GIULIA MURONI | C’è un aspetto rituale, apotropaico, nella chiassosa festa diretta da Frank Van Laecke e Alain Platel. Sarà forse il ruolo importante della banda, composta di ottoni e percussioni che, sotto la direzione di Steven Prengels, ha costituito a tutti gli effetti un unico personaggio dalle multiple voci, interlocutore costante del protagonista in “En Avant, marche!”.

Visto alle Fonderie Limone, a Moncalieri, si tratta di uno degli spettacoli del cartellone 2015 di Torinodanza. Festival che in questa edizione si definisce “aperto”, rivolto ad abbracciare una prospettiva lungimirante e inclusiva rispetto alla compenetrazione delle arti. “En avant, marche!”, sotto la triplice direzione di Alain Platel, Frank Van Laecke e Steven Prengels, potrebbe deludere i puristi della danza a causa della sua conformazione spettacolare ibrida- un teatro musicale, molto cantato e poco danzato- ma se si valicano gli steccati di genere si scopre un’opera preziosa.

En avant, marche! (c) Phile Deprez_6913

En avant, marche! (c) Phile Deprez

Fa da sfondo la trama del dramma pirandelliano “L’uomo dal fiore in bocca”, laddove il fiore in questione è un epitelioma che in un tempo indefinitamente breve porterà il protagonista, Wim Opbruck, alla morte ma nel frattempo offre l’occasione di quesiti importanti sull’esistenza. La malattia gli impedisce di suonare la tromba, lo costringe a variare di ruolo, dal capo al fondo della banda con tutto il portato simbolico che ne consegue, arrivando così alla pressione, sempre più impellente della domanda sul senso dell’esistenza.

Si muove in un quadro allucinato, come un ubriaco sbanda tra le sedie, infierisce su una voce che viene sempre più a mancare. Il suo incedere è confuso, una lieve malinconia si accompagna all’irriverenza chiassosa di chi non ha più nulla da perdere. La banda, composta dai musicisti della compagnia e in questo caso dall’Unione Musicale Condovese, anima la scena, scorre tra musiche popolari e Mahler, l’inno nazionale belga e Beethoven, Verdi. Nel dialogo prossimo ad interrompersi con Chris Thys, compagna dell’agonizzante protagonista, si costruisce il ritratto di una coppia matura alle prese con il dramma umano della fine. Tuttavia questo affondo è reso lieve dal variare dei registri, da un’atmosfera sfumata in cui le tinte scorrono da una coloritura inquieta a una libidinosa, da un momento di gioco a uno di introspezione. Il primo atto si chiude con la banda che porta via sulle spalle il protagonista il quale ritorna nel secondo atto per un menàge danzato con un giovane uomo, Hendrik Lebon. Sembra un passaggio di testimone lieto, energico.

Come in un rito funebre la musica accompagna la morte e una danza macabra di vivi e defunti stordisce le percezioni. Il trio Platel- Van Laecke- Prengels cattura e convince, propone un quadro originalissimo che fa un uso sapiente delle citazioni – anche qui Pina Bausch viene rievocata, come pure Fellini- riuscendo a trarne non solo giovamento ma linfa per un quadro eccentrico e visionario.

 

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