Il mio tempo: a Pontedera Giappone, Italia e l’estetica della zero generation

unnamedRENZO FRANCABANDERA | Una ragazza orientale inizia il movimento in uno spazio delimitato da nastro a pavimento. Prende una valigia e lentamente la spinge, interrogandosi su quale sia il tempo che sta vivendo. Sullo sfondo la reception di un albergo, che accoglie persone diversissime.
Un hotel metafisico al quale arrivano anime smarrite da luoghi sconosciuti. Un’atmosfera rarefatta per una piccola babilonia di lingue, quella in cui si apre IL MIO TEMPO. Different Shape.

Dove siamo, allora? In che tempo? Forse in fondo non è importante, in questo continuo andirivieni orizzontale e verticale di una piccola folla, il via vai alla reception, nei corridoi, un ascensore che porta su e giù senza capire dove. Frammenti di storie, nulla che si faccia davvero trama. Una decina di interpreti che si affaccendano in ogni direzione, vivendo la scena in modo vivace, energico, giovanile.

Un’apertura nel segno del nuovo, dunque, quella al Teatro Era di Pontedera, che fa inaugurare la stagione 2015 / 2016 del Centro per la sperimentazione e la ricerca teatrale del Teatro della Toscana con la prima assoluta internazionale : IL MIO TEMPO. Different Shape, produzione dI Fondazione Teatro della Toscana e da Mum&Gypsy, drammaturgia e regia del trentenne Takahiro Fujita, uno dei più giovani registi e drammaturghi della “zero generation” giapponese dell’ultimo decennio, influenzata dalle ricerche del maestro Oriza Hirata, che si è fatto fautore dagli Anni 90 ad oggi di un codice teatrale tramite il quale attraverso il quotidiano, il colloquiale, si restituisce la realtà del vivere, superando gli stereotipi di linguaggio importati dall’Occidente. Paradossale pensare a quanto Oriente ed Occidente giochino sulla contaminazione dei linguaggi e cerchino a fasi alterne di fonderli e distinguerli. Ma d’altro canto è quello che è sempre successo nell’arte.

Partendo dalle teorie del maestro, in particolare Fujita ha maturato un suo personale stile drammaturgico basato su linee narrative parallele, che unite al tema della ripetizione, dell’intreccio complesso e dell’irrisolto, in un rapido seguirsi di sequenze, cerca di indagare memoria personale, mondo interiore, e realtà quotidiana.

A prescindere quindi da un’origine così lontana dalla nostra tradizione, altre caratteristiche peculiari hanno caratterizzato la produzione: oltre la sua già innovativa origine, che porta in Italia una compagnia fondata nel 2007 dall’allora poco più che ventenne Fujita, brillante e prolifico regista del teatro contemporaneo giapponese vincitore dell 56° Kishida Drama Award con la trilogia The Signs to Return, Awaiting Dining Table, There, It is, The World to Throw Salt on nel periodo giugno-agosto 2011. Fu questo l’esordio con un buon successo di pubblico e critica anche a livello internazionale che lo portò l’anno dopo ad un produzione con gli studenti del liceo di Iwaki, Fukushima e la successiva realizzazione di una serie di progetti intitolati “mum and someone” in collaborazione con Yoshio Otani (musicista), Norimizu Ameya (regista), Machiko Kyo (disegnatore manga).

Il codice in parte astratto (fatto di atmosfere da Anima) e in parte legato al quotidiano, si conferma e rafforza poi nel 2013 con “Dots and lines, and the cube formed. The many different worlds inside. And light” ospite a Festival Fabbrica Europa di Firenze, portato poi in giro in una tournée europea nel 2014 presentando lo spettacolo a Sarajevo, Verbania, Pontedera, Ancona e Messina. E si travasa per certi versi anche in questa creazione, nata in legame con la Toscana, per un progetto che unisce quattro membri del cast più consolidato delle sue produzioni precedenti a quattro attori italiani, selezionati durante le esperienze formative realizzate nel corso del tour internazionale organizzato nel 2014.

Si tratta di Aya Ogiwara, Ayumi Narita, Satoshi Hasatani, Yuriko Kawasaki, cui si sono uniti Andrea Falcone e Giacomo Bogani (entrambi già attivi in Toscana con inQuanto Teatro), Sara Fallani (della compagnia DionisoinDemetra) e Camilla Bonacchi (scuola teatrale bolognese, Irina nel recente Maroš – Gelo della Palminiello), che sono stati scelti dalla compagnia attraverso una selezione laboratoriale.

Che succede quindi in questo spettacolo? Fedele alla linea, Fujita sviluppa stanze e situazioni molto brevi, a tratti quasi incompiute, velocissime nel loro scorrere, che nascono come sketches ma non hanno nulla dello sketch, perchè ognuna porta una sua emotività. Una raffica di smarties, ognuno con un gusto e un colore diverso. Una buona idea che ha bisogno di un rodaggio sicuramente più lungo, sia per favorire l’amalgama attorale (mai facile in questo tipo di esperimenti in cui l’ostacolo linguistico e quello culturale sono molto più difficili da superare di quanto a volte appaia) sia per strutturare una drammaturgia comunque un po’ più consistente di quella che ora è in essere.

E su entrambi i punti occorre fare una riflessione.

La prima è che probabilmente l’anima più profonda di Fujita, a nostro avviso, vira sul coreografico. E’ un disegnatore di ambienti, tanto scenici che emotivi. Finora si avvale della parola, ma la realtà è che attraverso i gesti e i movimenti, la sua è una spazialità scenica che appare molto più leggibile come performativo-coreutica. E quindi il testo in questi lavori potrebbe ridursi davvero a poche, pochissime battute, lasciando che il resto scorra come una sorta di film muto in cui gli interpreti devono dipingere le stanze di questi ambienti immaginari. Occorre anche una riflessione sulla musica, che accompagna tutto il recitato, a volte con un volume incorente con una fruizione positiva della parola, un’altra circostanza di come magari non sia proprio quest’ultima il fulcro delle emozioni che Fujita vuole trasmettere.

La seconda è che l’amalgama attorale, nel poco tempo disponibile da inizio settembre o poco meno, è ancora lontana, e qui riflettiamo sul fatto che le difficoltà più evidenti siano della componente italiana, che probabilmente non è riuscita ancora a leggere le tinte tenui dell’operazione, proponendo spesso un codice vocale urlato (Bogani spesso sopra le righe, Falcone e la Fallani a tratti fuori dall’ambiente mentale del recitato) ed in generale una difficoltà a calarsi in un’emotività che per gli altri della compagnia è stato sicuramente più agevole interpretare, visto il rapporto di lunga durata con il regista.

Forse serve un ascolto più profondo, un lavoro di amalgama umana prima ancora che attorale, per consentire a questo esperimento di arrivare alla giusta pulizia di gesti, di scena, di parole, con un passo indietro chiesto a tutti, per farne uno più grande in avanti.

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