Teatrando a Sabirfest Messina: siamo pronti per un nuovo vecchio esperanto?

sabirfest_home_1RENZO FRANCABANDERA | Messina si è animata in questi giorni di un festival che cerca le radici comuni nei linguaggi del Mediterraneo e che prova a creare fra i partecipanti un legame fatto di dialogo, confronto sulle esperienze e diffusione della cultura: una quattro giorni che fa vivere il comune dello Stretto con dibattiti, incontri, presentazioni di libri, spettacoli e conferenze.

Pur nell’unitarietà di intenti, l’anima letteraria e quella più legata allo spettacolo dal vivo hanno nel complesso avuto dinamiche autonome.

Per vocazione, centriamo questo focus sulla parte “teatrale” del festival, e dunque a questa devono riferirsi le osservazioni che rimandiamo però ad un prossimo articolo, concentrandoci qui su quattro proposte di natura spettacolare cui abbiamo assistito: le attraversiamo velocemente.

Roberto Latini con l’ultima parte di Metamorfosi. Progetto ambizioso quello di Fortebraccio: tornare sul classico di Ovidio per espandere le narrazioni deflagrandone la testualità secondo i canoni della poetica scenica di Latini, che si affida a sé medesimo e ad un gruppo rodato di altri tre bravi interpreti, Sebastian Barbalan, Ilaria Drago, Savino Paparella. L’episodio che qui viene portato in scena è quello che si riferisce al Minotauro, e viene ambientato sulla scalinata del Monte di Pietà, che diventa labirinto. Cuore di quanto si vuol dire, per quel che ci appre più evidente, è il tema del perdersi e della ricerca di noi, i fili che ci legano, reali ed immaginari, quello che davvero siamo. In una notte davvero buia e tempestosa, gli ululati della creatura metà uomo e metà toro si alzano al cielo cupo, mentre i protagonisti si cercano, si attirano con fili invisibili che li avvincono ad un destino di incompiutezza, transitorietà ed evanescenza. Purtroppo anche lo spettacolo pare avere queste caratteristiche, mescolando fra loro stimoli e registri diversissimi, fino a quando, parlando di indentità e rovesci della sorte, ecco sbucare Amleto con il suo monologo, che evidentemente nell’idea registica ha a che fare con le vicende del labirinto di Dedalo e del mito ad esso legato, mentre nella tempesta di vento, che fa volare davvero parrucche e vestiti, agiscono figure in transito fra animalità e umanità, fra logica e follia. Quando al pubblico viene chiesto un contributo assai ampio in termini di collante interpretativo per tenere assieme i pezzi, è segno che qualcosa sfugge non solo al di qua del proscenio ma anche al di là. Quindi questo specifico episodio, dei dieci in cui Latini ha diviso l’esperimento Metamorfosi, non ci convince.

Luca Scarlini con il suo Caravaggio rubato dalla mafia tiene per un’ora incollati i messinesi accorsi sempre al Monte di Pietà, ma per fortuna al coperto, questa volta, sulle vicende del grande pittore italiano che proprio a Messina fece tappa negli anni della maturità. E le vicende di cui racconta in uno spettacolo-lezione evidentemente in linea con la modalità narrativa che adotta per i suoi interventi via radio, sono quelle della tela rubata a fine anni Sessanta a Palermo nella notte tra il 17 e il 18 di ottobre del 1969. Le tesi che Scarlini presenta sono in realtà esposte tutte in un agile e avvincente volumetto pubblicato nel 2012 da Sellerio. Forse per una svista in sede di migrazione dei contenuti sul programma, il titolo dell’intervento di Scarlini cambia però in “Caravaggio rubato dal sole”, ma la sostanza non cambia e la narrazione, romanzata e attuale, viva e ben “montata”, ripercorre con grandissima ricchezza di dettagli la vita di Caravaggio fra la Sicilia e Malta e le vicende di un dipinto che con insistenza e a più riprese si è sostenuto sia stato rubato dalla mafia, come moltissime altre opere d’arte negli anni Settanta, finite poi sul mercato nero. Di sole se ne è visto poco nel week end ma quello autore, forse suo malgrado, del clamoroso furto raccontato da Scarlini in poco più di 50 minuti ci è piaciuto assai.

I sonetti der corvaccio è una rilettura in poesia e musica con intenzione di ripercorrere una sorta di antologia di Spoon River in romanesco, di cui sono interpreti Graziano Graziani e Simone Nebbia, il primo autore delle liriche (raccolte in un libro ed. La Camera Verde – 2011) che vengono lette a microfono, il secondo di uno stornellare che ne intervalla la proposta.
Sono caratteri di una Roma popolare (la grattacheccara, la cravattara), ma anche di tipi di una società che fra anni Ottanta e Novanta sono emblematici del cambiamento (il managèr, il critico). Si leggono varie paternità e ispirazioni nella creazione, da Trilussa e Belli, a quella ovvia di Lee Masters fino ad una vera e propria riproposizione in lingua romanesca del brano di De Andrè dedicato al drogato in Né al denaro, né all’amore, né al cielo, album con cui il cantautore ligure tornava sull’Antologia di Spoon river, dedicata qui a Stefano Cucchi.
L’operazione è fresca, interessante, forse nel complesso un po’ monodica, specie se il pubblico, come in questo caso, ha qualche difficoltà a raccogliere la trasposizione del piano linguistico e quindi a riscaldarsi con l’ironia che ovviamente nei versi scorre. Alcune chicche, alcuni divertissement, nel complesso un lavoro animato da intenzioni sincere. Meglio forse in un contesto di prossimità fra interpreti e spettatori, rispetto a questa versione proposta nella sala Laudamo con i canoni del reading teatrale. Perché quel po’ di ghiaccino fra pubblico e interpreti dovuto per gran parte alla barriera linguistica e alla partizione palco-platea non si scioglie del tutto. Qui manca un ingrediente fondamentale; ce vo’ sempre ‘n’po’ de vino si voi capì er corvaccio. Lo devi da sapè. E’ mejo na fiaschetteria a Testaccio.

Babel-Crew-Volver-di-Giuseppe-Provinzano-3Volver, di e con Giuseppe Provinzano va in scena, sempre nella sala Laudamo, al termine del recital del duo romano. Oltre a Provinzano sono sul palco anche Simona Argentieri e Maurizio Maiorana, della compagnia Babel Crew. La vicenda è una storia di migrazione dalla Sicilia all’Argentina, ambientata dopo il drammatico terremoto che un centinaio d’anni fa rase al suolo il capoluogo. Nico e suo padre partono, lasciando in Sicilia la parte anziana della famiglia e la madre/moglie. Storie che l’Italia ha dimenticato ma che qualche nonno al Sud racconta ancora. Rimesse di danaro da oltre oceano per famiglie che per decenni hanno fatto la fame, illudendosi poi sotto il fascismo di poter ricostituire serenità e unità familiare. Il ragazzo viaggia, pensa a crearsi una sua vita, finchè dall’Italia la madre invita i due a ritornare, proprio mentre il giovane trova una possibile compagna di vita, fra mille peripezie e le atmosfere ben rese dal lavoro sulle luci di Gabriele Gugliara. Premio Dante Cappelletti 2014 per i venti minuti proposti, la versione ampliata per Napoli fringe a un’ora arriva all’ora e mezza qui a Sabirfest, mantenendo nella sostanza i canoni caratteristici dello spettacolo di narrazione per voce sola, ma ampliata a tre. Proprio l’apertura alla pluralità allunga i tempi, dilata le scene e, se arricchisce di voci e immagini, fa anche andare lo spettacolo un po’ lungo. Manca a nostro avviso un finale in cui davvero si respiri il dilemma del tornare dopo quello iniziale del partire, il tornare tanto richiamato dal titolo, e serve poi un’amalgama fra le abilità musicali e coreutiche dei due altri interpreti e le reali esigenze sceniche che, forse, richiedono meno. Per essere tagliente la lama deve essere molata, operazione sicuramente possibile: togliere in orizzontalità per aggiungere in verticalità.

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