Un secolo in dieci quadri: la Storia è compromessa?

ELENA SCOLARI | Raccontare un secolo di storia italiana in una sola serata è un programma vasto, come avrebbe detto il generale De Gaulle. Angela Demattè e Carmelo Rifici, rispettivamente autrice e regista de “Il compromesso”, ci provano con uno spettacolo costruito per i neodiplomati dell’Accademia del Teatro Filodrammatici.
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Il lavoro ha un prologo, un intermezzo e un epilogo musicali, cantati a cappella dall’intero gruppo di attori : Che cosa sono le nuvole (musica di Modugno, testo di Pasolini), Amara terra mia (ancora Modugno), Lamento per la morte di Pasolini (Giovanni Marini), queste tre belle scelte formano un circolo di rimandi e nelle canzoni c’è molto dell’intento dello spettacolo, forse più che nello spettacolo stesso.
Spieghiamo: in dieci scene, di compromesso in compromesso, dalla Prima Guerra Mondiale all’avvento della repubblica, passando dal PCI di Togliatti e dalla DC di De Gasperi, dalla morte di Aldo Moro alla caduta del muro di Berlino fino ad oggi, senza dimenticare il primo circo mediatico intorno alla disgrazia di Alfredino Rampi a Vermicino e il disastro della Caserma Diaz durante il G8 di Genova, si offre un maxi bigino storico, arbitrario, degli ultimi 100 anni in Italia.
Gli undici attori sono inscatolati in una scena bianca e vuota, volutamente asettica, ci sono solo alcune  lampade a muro bianche, i costumi accennano alle epoche, giacche, camicie e gonne portano alcune parole e frasi simboliche ricamate (il muro, io non so niente, a Cesare quel che è di Cesare…), niente musiche e nessun piano luci particolare. Le due ore e mezza passano senza affaticare grazie a una regia con un senso del ritmo ineccepibile. La mano di Carmelo Rifici è molto pulita e rivela un’incisività che qui non emerge come potrebbe.
Quanto agli interpreti il livello complessivo è equilibrato e buono, senza punte di talenti già prorompenti, un tantino piatto per uniformità di stile, la cifra della scuola è ancora forte, ognuno troverà il proprio carattere col tempo. Del resto ogni attore riveste più ruoli all’interno dello spettacolo, e questo rende più difficile lavorare in profondità sul personaggio, infatti si rimane emotivamente piuttosto distanti, nel seguire il susseguirsi dei fatti. L’uso di alcuni dialetti o accenti come il romanesco o il veneto servirebbe a scaldare l’atmosfera se non fosse incerto nel risultato.

L’intenzione, ci sembra, è quella di dichiarare un’infinita superficialità, lunga un secolo, che in Italia ha impedito di analizzare il passato in modo fruttuoso. L’assenza di una memoria consapevole e il vizio di uno schematismo riduttivo avrebbero reso impossibile ai giovani il potersi orientare nella situazione odierna, sarebbe stata loro negata la possibilità di conoscerne e comprenderne le ragioni. Colpa della scuola che non spiega, delle famiglie che non raccontano… Bene. Poniamo di essere d’accordo (e non lo siamo del tutto), ci aspetteremmo che nello spettacolo ci sia uno sviluppo, che porti dalla facile semplificazione ad uno scavo più approfondito, man mano che si procede negli anni della finzione teatrale, invece quello che sentiamo dire ai personaggi si allontana raramente da frasi fatte e cliché privi di sfumature. I dialoghi sono piuttosto banali, talvolta anche poco credibili. Pur accettando che gli elementi delle famiglie Ferrari e Carboni siano archetipi di caratteri, di maschere, troviamo che il testo pecchi di eccesso di zelo: per dimostrare che siamo colpevoli di pigrizia intellettuale, impoverimento di linguaggio e analisi si mette in scena proprio questo, ma senza smarcarsene.
Su ognuno dei quadri storici scelti come pietre miliari, anzi, secolari, ci sarebbe da spendere studio e fatica per una ricerca proficua. E non esistono impedimenti a farlo, solo costa impegno, ai giovani come ai maturi. Qui si sorvolano dall’alto soldati, statisti, onorevoli, comunisti, brigatisti, no-globalisti, black block, in un catalogo di commenti ordinari che ci insegna poco.
Manca, appunto, un compromesso utile tra esposizione del problema e proposta di una soluzione.

Dobbiamo sottolineare l’eccezione del personaggio di Caterina (Camilla Pistorello), la quale torna per la chiusura con la stessa identità dell’inizio e vive un processo di maturazione durante lo spettacolo. Anche se è prevedibile che la ragazza “tocca” sia più savia degli altri, si sente che le sue parole, il suo calore e la sua parlata risultano sinceri.

“Il compromesso” è un’operazione ambiziosa, che ci pare non aver chiuso il cerchio, ma si sa: il passato è un tempo imperfetto.

Interpreti: Ermanno Rovella, Michele Basile, Antonio Valentino, Alessandro Prota, Daniele Profeta, Ilenia Raimo, Alice Bignone, Camilla Pistorello, Eleonora Cicconi, Gianpiero Pitinzano, Camilla Violante.

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