Teatro Sotterraneo, Komos e il jukebox delle meraviglie

GB_venerdì_70_80MARTINA VULLO | 6 Novembre 2015: è quasi sera quando alla Coop di piazza dei Martiri a Bologna, avviene una strana epifania che trasforma il supermercato in un non-luogo popolato da strani personaggi. L’atmosfera onirica che si respira dentro non è però frutto di un sogno, ma della collaborazione fra Teatro Sotterraneo e Komos: coro gay di Bologna.

Jukebox è un’azione teatrale che nasce ad hoc per il Gender Bender Festival, giunto ormai alla tredicesima edizione. Per l’occasione i cantanti di Komos, in abbigliamento total black con papillon scarlatto, sfoggiano un repertorio che varia dai classici italiani, al pop, fino alle arie rinascimentali. Si distingue fra di loro una figura femminile in gonna di pelle nera come la maglietta e stola rossa: è la first lady della situazione. A dirigere il tutto il maestro Emiliano Esposito con il suo leggio.

Una voce, dagli altoparlanti, annuncia a nome di Teatro Sotterraneo, che il sereno svolgersi della spesa potrebbe temporaneamente essere intralciato. Chi fosse interessato ad intercettare le azioni di Jukebox, è invitato a seguire il cartello in nero, arrecante la scritta “Normality is an illusion”. Inizia così quella che sembra essere una caccia al tesoro e come il bianconiglio, il cartello nero viene seguito dagli avventori. Non tarderanno le meraviglie.

Un veloce benvenuto da parte del coro avviene dai due lati dell’ingresso. Il direttore musicale oltre la scorrevole che si chiude, continua a dirigere da fuori: il motivetto è un’aria antica che rende la misura della professionalità del coro. Si canta a cappella e voci dalle altezze differenti si armonizzano ed intrecciano fra loro. Una piccola folla proveniente dalla strada, si raduna sorridente. Avrà ora luogo il tour per i reparti del supermercato, dove diversi canti accompagneranno delle strane azioni. Accade così che un astronauta in tuta spaziale bianca si muova verso il banco frigo per comprare del salmone e tortellini e sparire poi fra i magazzini. (Quale colonna sonora potrebbe risultare più appropriata di Almeno tu nell’universo di Mia Martini?).

Più “cruente” le scene all’ortofrutta e nel reparto carni: dopo l’aggressione ad una giovane fanciulla da parte di un matto dalla maglietta “insanguinata”, sulle note di kiss the girl (kiss the boy per l’occasione), possiamo osservare la scientifica circondare il cadavere di un uomo sul luogo del crimine. Le reazioni dei clienti sono variabili: si passa dal signore che attende per comprare l’insalata, non volendo disturbare il coro, alla ragazza che si fa spazio timidamente fra la folla, fino all’uomo che spinge spazientito.

Certo non è all’ordine del giorno vedere la figura di una donna araba, totalmente coperta (occhi celati da un velo compresi), vagare per il reparto farmacia. Altrettanto insolito può risultare un coro che canta su delle scale mobili in salita, marciando in senso opposto per mantenere inalterata la propria posizione. Degna di nota la maschera da wrestling che, infastidita dalla musica, fa capolino da un’ascensore per scagliarsi contro un corista e poi sul direttore, che porta in ascensore con se. Tenerissimo l’orso rifiutato dalla cassiera a cui cerca di offrire fiori, sulle note di Non ho l’età. La scena decisamente più buffa è però quella che vede protagonista il Babbo Natale ubriaco e barcollante che riempie il cestello della spesa con vino, birra e della vodka che innalza con aria trionfante (inizialmente aggiunge anche dei panettoni, ma poi li butta a terra per fare spazio ad altri alcolici).Tutto culmina in un corteo accompagnato dalle note di Somewhere over the Rainbow, che partendo dalle scale attraversa gli scaffali, fino a raggiungere l’uscita.

Jukebox è, in ultima analisi, una performance divertente e senza troppe pretese: una ben riuscita provocazione all’insegna dell’auto-ironia, sullo stato d’allerta che l’uomo prova di fronte alla diversità. Il tutto all’interno di un mondo in cui paradossalmente ció che dovrebbe fare davvero paura, sono le divisioni causate dallo stolto ideale della “normalitá”.

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