Bruno: le memorie fuori tempo di dimitri/canessa

GIULIA RANDONE | Giovedì 12 ottobre ha preso il via la terza edizione di Concentrica, la rassegna ideata dal Teatro della Caduta e quest’anno diretta insieme a diversi partner piemontesi: Fondazione Via Maestra/Teatro della Concordia di Venaria, Teatro Sociale di Valenza, Festival RiGENERAzioni di Casalnoceto e Officina Teatrale degli Anacoleti di Vercelli.

Bruno_8903Primo appuntamento in cartellone, Bruno, spettacolo di danza e teatro in cui la Compagnia dimitri/canessa trae ispirazione dal genio dello scrittore e disegnatore ebreo-polacco Bruno Schulz, autore di due straordinarie raccolte scritte tra le due guerre: Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra.

Elisa Canessa e Federico Dimitri interpretano Schulz e il suo ritorno al mondo mitizzato dell’infanzia scegliendo una chiave onirica e rarefatta. La scena su cui si muove Dimitri, nei panni dell’autore, è sobria, popolata soltanto dal corredo indispensabile dell’età bambina: un letto e un banco da scolaro. Sullo sfondo, un sipario segna il confine con una dimensione occulta, dalla quale appaiono come in sogno i personaggi femminili incarnati da Canessa, di volta in volta erotici, eterei o tirannici.

La drammaturgia nasce dal racconto L’epoca geniale, in cui Schulz si domanda che fine facciano quegli eventi che, non trovando posto nel tempo, restano confinati in una dimensione spazio-temporale parallela. Così, la scena diventa la casa di memorie reiette e contrarie a ogni logica. Il padre del giovane Bruno, ad esempio, muore e viene sepolto, ma al contempo si trasforma in scarafaggio e infine nel demiurgo di una nuova Genesi kitsch, che esplode in una sarabanda circense di boxeur, trucchi e lampadine.

Il problema è che la lettura onirica proposta da Bruno tradisce la lingua schulziana, che è un composto instabile e materico di Bibbia, Cabala e mitologia pagana. Prendiamo ad esempio le metamorfosi: in Schulz sono spie dell’amore che l’uomo nutre verso la materia e del suo bisogno di fondersi con essa. Espressione di una tensione sensuale e concreta, avrebbero meritato una ricreazione coreutica originale che, invece, è del tutto assente. Smaterializzata nel sogno e in una partitura fisica che non si prende alcun rischio, la poetica di Schulz perde ogni carica perturbante e si riduce a qualche immagine astratta, al più a innocue citazioni kafkiane.

Di certo Dimitri e Canessa mostrano coraggio scegliendo una materia così esotica e magmatica, tuttavia Bruno sconta un sostanziale fraintendimento linguistico e, forse, l’assenza di un’ispirazione autentica. Di quest’ultima eventualità sembrano essere consapevoli anche gli interpreti. A metà del lavoro, infatti, rendono le armi e si rifugiano nella citazione pedissequa della coppia di sposi di Wielopole, Wielopole. Non è certo la prima citazione kantoriana dello spettacolo, ma qui più che altrove illumina la distanza tra la visionarietà del regista polacco, che di Bruno Schulz fu un grande ammiratore e re-inventore, e un timido collage.

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