I tentativi di Jan Martens nell’assolo per se stesso

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VALENTINA DE SIMONE | Continua a scattarsi selfie buffi, Jan Martens, mentre gli spettatori prendono posto in sala. Lo troviamo così, in pantaloncini e t-shirt spiegazzata, seduto a giocherellare con il suo portatile in quella che potrebbe essere benissimo la camera da letto di un adolescente, se non ci trovassimo in teatro. Con la testa nello schermo si diverte a cliccare sulla sua immagine che possiamo sbirciare ingigantita dallo schermo sul fondale. Sembra quasi non prestare attenzione a quello che gli avviene intorno ma eccolo, ad un tratto, puntare lo sguardo sulla platea e fissarla.

Ode to the attempt (a solo for meself) di Jan Martens, tassello conclusivo di DNAeurope, il focus dedicato alla nuova danza internazionale del Romaeuropa festival 2015, è uno spazio personale della creazione in cui poter agire solo per se stessi, è un esercizio di libertà, una pagina bianca dell’espressione tutta da testare. Su un file proiettato sullo sfondo sono sintetizzati i diversi tentativi da azzardare in scena, seguendo la cronologia dell’elenco che a mano a mano viene a delinearsi. Lo scrive di suo pugno, il danzatore e coreografo belga/olandese, condendo d’ironia ogni singolo punto che, a sua volta, corrisponde ad un’istantanea di vita da mettere in danza.

Con passi minimi e ripetitivi, poi energici, nostalgici, velati di malinconia o di dirompente energia pop. C’è il desiderio di far breccia sul pubblico nella maestria provocatoria dei suoi contatti, nell’ingenuità corrosiva delle sue reazioni, nella sua ostinata volontà di entrare in relazione con l’altro, al di là di ogni individualismo e solitudine multimediale.

Con una playlist di tracce musicali e la spontaneità di un approccio che scava nell’esistenza Martens, che ci ha abituati alla complessità e al rigore coreografico di lavori precedenti come Sweat Baby Sweat del 2011 o The dog days are over dello scorso anno, in questo a solo si lascia andare ad un esperimento di sottrazione, ad un collage di vita vissuta, ad un ritorno alle origini e all’essenza della performance. Musica, movimento e curiosità di condivisione, per un istante privato che ha la fisionomia di una generazione intera.

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