IN POCHE PAROLE: la Moda e la Morte di Animanera

imageRENZO FRANCABANDERA | La Moda e la Morte sono sorelle, condividono un appartamento. L’idea generale, prima che di Magdalena Barile nel 2015 è stata di Giacomo Leopardi ne Le Operette Morali. La Barile su questo stimolo letterario apicale inventa un pastiche allegorico trasposto di recente in scena (all’Elfo) da Animanera, compagnia residente in Milano presso il CRT.

La trama: In una scena barocca e un satura sia di oggetti che di cromatismi (Valentina Tescari), che lascia immaginare una sorta di Olimpo pagano e dal sapore un po’ drag, albergano alcune divinità capricciose. La routine di un paio di loro, due attempate ma non anziane signore (la Moda, Natascia Curci e la Morte, Benedetta Cesqui) viene movimentata dalla vita capricciosa di un* loro parente giovane e bizarr*, La Storia (Matthieu Pastore) che irrompe in scena seguita da un umano, un eroe contemporaneo, un guerrigliero, un terrorista (Fabrizio Lombardo). La Storia è un villosissimo gay in tutù, la Morte una vecchiaccia brutta e poco curata, la Moda una stilosissima MILF intenta ad autofabbricarsi, nella miglior tradizione del patchwork 2.0, i suoi capi dal sapore etno-metrosexual, mentre l’eroe è in canotta e pantaloni militari, come da manuale dell’iconografia. Il registro ironico prevale, c’è sempre movimento in una trama che vede via via la Morte perdere forza sugli eventi della Storia, e alla fine la vittoria della Moda sulla Morte nel nostro tempo è inevitabile, sostiene la Barile, per via della forza che la socialità massmediale ha costruito, donando agli uomini la parvenza dell’immortalità. E’ questo in sintesi l’argomento di uscita della drammaturgia, la via di fuga di un intreccio curioso ma che ad un certo punto pare saltare dei passi logici e forzarne degli altri che però non appaiono sostenuti con il giusto vigore. L’ascesa al trono della Moda con cui lo spettacolo si completa, infatti, avviene per passaggi drammaturgici non sufficientemente consolidati, e questo si riflette anche su alcuni caratteri, la cui profilazione rimane solo abbozzata nei momenti cruciali, come un chiaroscuro cui manchi il giusto bilanciamento di saturazione.

Aldo Cassano ambienta la pièce cercando di dare una sferzata ad un’idea che, pur originale, non dipana il potenziale evocativo che incorpora. E questo resta il limite di un allestimento bidimensionale ancorchè bizzarramente interpretato, perché i personaggi evolvono poco e rimangono statici in una dinamica che finisce per avvitarsi pelosa.

Vizioso ma troppo Villoso.

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