La camera da ricevere: Ermanna Montanari fra biografia e teatro

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MARTINA VULLO | Diverse ragioni spingono il pubblico ad applaudire alla fine di uno spettacolo: il riconoscimento di una piece ben fatta, la lode alla bravura di un attore o la pura convenzione che si traduce in un gesto formale di cui talvolta non si è neanche convinti.
Poi ci sono quei casi in cui gli spettacoli generano un’energia in grado di attraversare il corpo dello spettatore, il quale senza stare a pensarci si ritrova a battere le mani in un automatismo difficile da arrestare.
Quando questi casi si verificano Dioniso ha compiuto il proprio compito incarnandosi nell’attore e facendogli dono della sua forza vitale ambivalente in grado di fare emergere al contempo tutto il sublime ed il triviale che appartiene all’uomo.
“Incarnazione” è una parola che racchiude bene il senso dello spettacolo che Venerdì scorso ha avuto luogo ai laboratori delle arti di Bologna. Ne La camera da ricevere, Ermanna Montanari è il medium di eccellenza dentro cui si incarnano diverse figure del suo repertorio: fondamentali tappe di uno spettacolo che intreccia il racconto alla recitazione e il percorso biografico dell’attrice a quello professionale: poli che del resto sarebbe impossibile dividere.
Il filo rosso che lega i personaggi è appunto la camera da ricevere: una stanza della casa di Campiano – paese in cui la Montanari ha vissuto nell’infanzia – che veniva aperta solo nelle grandi occasioni per ricevere gli ospiti: un luogo magico, nella penombra del quale possiamo immaginare questa bimba rifugiarsi per far vivere le creature nate dalla propria fantasia e dare loro voce… cosa che da allora non ha più smesso di fare.
Ogni personaggio creato o reinventato dall’attrice deve qualcosa a quella stanza. Per questo Fatima l’asina volante, Belda la veggente, Daura de I refrattari, Alcina instupidita per amore, Arpagone, Rosvita canonichessa sassone, Medar Ubu e Aung San Suu Kyi, si manifestano al suo interno.
Penombra. Due sedie laterali. Una grande scrivania su cui è adagiata una lampada da studio e svariati oggetti che verranno usati per la drammaturgia. In avanti, alla sinistra del pubblico, il leggio dal quale l’attrice racconta, spiega ed introduce le figure prima di dare loro vita.
A definire i personaggi pochi oggetti: le orecchie di Fatima, lo scialle di Daura, un giglio bianco, guanti, una falce e una corona. Qualche volta a rendere visivamente un personaggio basta un diverso modo di usare la luce, come il neon puntato su Arpagone o assumere una particolare posizione, come quella di Alcina sulla sedia o ancora più efficacemente un cambiamento di espressione.
Pari alla capacità mimica della Montanari è la sua maestria nell’uso della phonè: il suono che si fa linguaggio ancora prima di veicolare la parola. Se la veggente parla un Romagnolo poco comprensibile, la rabbia e l’odio della donna verso il parroco che ne ha disseppellito la madre, è perfettamente palesato nei suoni che essa emette. Interessante dal punto di vista fonetico, il modo in cui l’asina parlante Fatima, nel riportare le sofferenze del mondo che le sue grandi orecchie accolgono, modula il timbro della voce facendolo tendere in certi momenti ad un ragliare.
Non è un caso che l’asino, simbolo dell’ideologia della compagnia ravennate sia il primo ad esordire. Nell’introdurlo Ermanna racconta la propria parentesi universitaria a Bologna e della tesi su Giordano Bruno affidatale da Meldolesi.
Ogni personaggio ha un personale sfondo sonoro. Qualcuno è avvolto dal silenzio, altri sono accompagnati da suoni o melodie. Un suono breve ed acuto segnala l’esordio di un nuovo personaggio, mentre l’attrice di spalle cambia mentalmente veste.
Andando avanti nel racconto, la Montanari parla dell’incontro con Luigi Ceccarelli: artista di musica elettronica col quale si è creata una forte alchimia. Parla della propria scoperta del microfono con tutte le potenzialità che ne derivano. La voce di Alcina che segue è la sua, ma fuori campo. Lei non parla. Sta quasi immobile sulla sedia forte della sua presenza, ma la voce sembra sprigionare dal suo corpo.
Il concertare di Ermanna ricorda quello di Carmelo Bene (se confrontassimo il video della lettura-concerto di Rosvita, girato dal gruppo Acqua Micans per le Albe e quello di All’amato me stesso di Majacovskij recitato da Bene, anche nelle inquadrature, in certi sguardi e nell’atmosfera ritroveremmo non poche somiglianze), ma la capacità vocale, per quanto forte, è solo una delle diverse componenti che nel loro insieme rendono affascinante lo spettacolo.
Ciò che conquista il pubblico sono i piccoli sorrisi che la drammaturgia riesce a catturare pur nel trattare argomenti tutt’altro che allegri, il mettere a nudo se stessi come fa Ermanna parlando il suo dialetto o raccontando di se, il percepire che l’attore in scena è il primo ad emozionarsi (penso alla commozione palpabile dell’attrice nel recitare i frammenti di Amalia Rosselli ed Emily Dickinson dell’intermezzo di Rosvita) o anche semplicemente le storie che vengono scelte e che commuovono: una fra tante quella del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi e della sua ferma convinzione che un futuro migliore per l’uomo possa venire, anche quando il mondo sembra suggerire il contrario.
La parola chiave è equilibrio. Del resto anche Martinelli attraverso uno degli aneddoti che ama raccontare nel corso dei suoi laboratori, mettendo le parole nella bocca di un intellettuale invitato ad un ricevimento a corte e interrogato su cosa sia l’arte, gli fa rispondere che l’arte è “un pochettino”: un colore un pochettino più chiaro o più scuro in un quadro, un’inquadratura leggermente diversa in una fotografia o una parola un po’ differente in una poesia d’autore. Un gioco di equilibrio insomma.
Ripenso allora ad Ermanna Montanari. Al suo cambiare otto personaggi con relative voci, espressioni, movenze, nell’arco di due ore scarse. Penso al suo passare dal racconto leggero al più impegnato, dal personaggio giovane all’anziano, dal maschile al femminile. Dai personaggi delle cronache attuali a quelli vissuti secoli fa o tratti da altre drammaturgie e riadattati ad hoc. Penso alla naturalezza con cui questo avviene e mi domando se non sia stato il suo spettacolo una gran dimostrazione di questo “pochettino”.

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