Come l’Occidente fu minacciato da Mary Poppins, ovvero la paura del diverso in una società multietnica

FILIPPA ILARDO E RENZO FRANCABANDERA | È di sconvolgente attualità la minaccia che fa traballare il trascorrere tranquillo e protetto della nostra vita: quel vento che viene da Sud Est mette in discussione non solo la nostra sicurezza, ma l’impalcatura stessa del pensiero occidentale e del suo anestetizzante perbenismo.

RF: Ci aveva molto colpito, nei giorni in cui eravamo stati a Messina ospiti di SabirFest, poter mettere il naso nella soffitta al sesto piano del teatro cittadino, dove era al lavoro un gruppo eterogeneo composto da giovani attori del territorio e alcuni adolescenti migranti, selezionati per un progetto di inclusione e guidati, gli uni e gli altri, con grande vigore e intenzione da Angelo Campolo in un laboratorio destinato ad una produzione che ha avuto esito in questi giorni.
Il regista è un giovane di talento, impegnato su diversi fronti nei linguaggi della scena, fra cinema e teatro, ma guidava i ragazzi con grandissima intensità ed emozione, tanto che fu immediatamente chiara sia a me che a chi con me assistette a questa prova aperta di mezz’ora circa, l’intenzione profonda dello spettacolo che ne sarebbe nato. Si parlava di inclusione e accesso alla ricchezza del nostro mondo, lo si faceva giocando sui linguaggi specifici, le aperture e le chiusure di ciascuna forma di società. Lo si faceva attraverso i movimenti e attraverso il ritmo. E si presagiva in modo chiarissimo un’organizzazione di questi due elementi simbiotica: era, in modo leggibile, la spina dorsale dello spettacolo che in poco più di un mese sarebbe nato. I ragazzi africani, nerissimi, ancora parlavano in modo malfermo l’italiano, e il loro francese d’Africa, i loro occhi venati di rosso su pupilla color crema, il loro battere il tempo, creavano davvero un’atmosfera di ingaggio dello spettatore. Uscii da quella soffitta emozionato. E con un odore di Pasolini che mi è rimasto nelle narici. Per questo ho chiesto a Filippa Ilardo di completare il mio sguardo, raccontandoci quello che è successo dopo. In un salto in avanti di un mese rispetto a questo mio racconto e di qualche giorno fa rispetto a chi ci legge, perché racconta dell’esito definitivo.

FI: All’inizio sembra una dedica a Pasolini, invocato per nome da quattro giovani migranti del centro Ahmed e portati in scena da Angelo Campolo in Vento da Sud Est, spettacolo scritto insieme a Simone Corso, andato in scena alla Sala Laudamo di Messina e prodotto da DAF-Teatro dell’Esatta Fantasia.

DSC_9847Poi quel ritmo incessante di chi lascia una vita come se non gli fosse mai appartenuta in un esilio privo di dignità, viene visto da un’altra prospettiva, si fa un battito alla porta, sempre più insistente, sempre più preoccupante, sempre più aggressivo.

Una porta e un recinto-frontiera difesi debolmente da una famiglia stile musical anni ’50 (buono il lavoro di scene e costumi di Giulia Drogo), una famiglia da cartone animato o da Mulino Bianco, che con un sorriso falso disegnato sulle labbra vive una vita improntata ad una falsa rispettabilità.

La famiglia pasoliniana di Teorema per intenderci, riportata però ai nostri giorni, in cui il padre, Luca D’Arrigo, blatera un pensiero leghista mandato giù a memoria, salvo poi essere viene zittito, come in una tv senza volume.

La moglie perfetta, Patrizia Ajello, rinchiusa in un moralismo di facciata, pensa invece che i gay vadano perdonati e questo Papa, troppo progressista, è una prova che manda il Signore per misurare una fede ipocritamente conformista.
Così mentre bussano alla porta, le lasagne si freddano, due voci narranti (Michele Falica e Antonio Vitarelli) spezzano la finzione della messa in scena e con un fermo immagine, inchiodano le coscienze dei protagonisti in taglienti domande.

Il vento che preme fuori è il caos che sta sopraggiungendo, il perturbante che sconvolge le nostre coscienze, la forza di una natura indomesticabile -come non ricordare la pellicola muta di Victor Sjöström-, o forse il vento, più banalmente rassicurante, di Mary Poppins, Glory Aibgedion.

L’ironia della tata, che qui rappresenta il diverso, smaschera una serie di falsi valori che vengono buttati all’aria, fa esplodere problemi nascosti e sopiti, negati.

Una rara intensità e un coinvolgimento emotivo fuori dal comune fanno superare ai giovani attori qualche acerbità. La figlia Odetta, Claudia Laganà, esplode in una ribellione alla ricerca della propria identità anche sessuale, lo fa suonando una batteria invisibile con una forza indomabile che è quella dei giovani e della loro passione.

Attraverso la figura del figlio, Giuliano Romeo, ad essere presa di mira non sono più i valori borghesi di pasoliniana memoria, ma quelli della società di massa, una società malata di egoismo sociale, di individualismo aggravato da mezzi di comunicazione che solleticano un autocompiacimento esibizionista.
C’è un ashtag per tutto nella società delle immagini, una società in cui la condivisione avviene su facebook e il pensiero si conferma sul numero dei like, in cui è meglio fare schifo che passare inosservati.

C’è tanto, forse anche troppo, in questo spettacolo di cui si apprezza la ricerca di nuove forme espressive, il montaggio fatto di giustapposizioni e accostamenti di segni in una struttura narrativa complessa, ma piuttosto coerente. Fra tutte le qualità emerge la capacità di trattare senza pietismi il tema dell’immigrazione e di modernizzare in modo non rassicurante la figura di Pasolini, un intellettuale il cui pensiero fa ancora male a tutti.

VENTO DA SUD EST

diretto da Angelo Campolo

compagnia DAF TEATRO DELL’ESATTA FANTASIA 

drammaturgia dello spettacolo: Simone Corso e Angelo Campolo

movimenti coreografici: Sarah Lanza

scene e costumi: Giulia Drogo 

musiche del maestro Giovanni Puliafito

con: Michele Falica, Patrizia Ajello, Luca D’Arrigo, Giuliano Romeo, Claudia Laganà, Antonio Vitarelli e  i giovani migranti del centro accoglienza Ahmed: Gotta Juan Dembele, Glory Aibgedion , Ousmane Dawara, Moussa Yaya, Camara Mohammud

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