Esercizi di statica – “Il Furioso” di Lenz al Festival Natura Dèi Teatri

FRANCESCA DI FAZIO | Ogni personaggio è un’isola che cerca senza sosta di accorciare la striscia di terra che, metri e metri sott’acqua, lo collega all’altra isola. Perdute monadi in perpetuo moto di attrazione e repulsione. Si corre rimanendo fermi sul posto nella nuova creazione di Lenz, Il Furioso.

Come il palazzo di Atlante – labirinto dove i cavalieri restano intrappolati, in un vorticoso meccanismo di specchi e di inseguimento di immagini vane e inafferrabili – il luogo dove più di ogni altro l’uomo contemporaneo si sente prigioniero di un incantesimo – la malattia – è l’Ospedale”.

Lenz Fondazione, Il Furioso - © Francesco Pititto (12)

Dentro il padiglione Rasori dell’Ospedale di Parma – sede del Diagnosi e cura fino al 2012 – si è aperta la ventesima edizione del Festival Natura Dèi Teatri, sotto la direzione artistica di Lenz Fondazione. Nelle stanze ospedaliere svuotate dei letti, nudi spazi a separare il fuori dal dentro, sono andati in scena alcuni episodi tratti dal monumentale Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, rielaborato in una nuova ricerca drammaturgica curata da Francesco Pititto e in una chiave estetica ideata da Maria Federica Maestri, curatrice di installazione, elementi plastici e regia. Come già in altri spettacoli di Lenz, sono gli attori “sensibili” – con disabilità psichica e intellettiva insieme agli attori storici della Compagnia, ad abitare gli evanescenti personaggi di questa storia di amore, eroismo e follia.

Dopo una prima assoluta realizzata lo scorso giugno nelle stanze del Museo Guatelli a Ozzano Taro di Collecchio, in provincia di Parma, ciò che è andato in scena nell’ala ospedaliera è parte di un più ampio progetto, da realizzarsi in due anni e composto di otto episodi scenici per spazi non teatrali, sul grande poema cavalleresco dell’Ariosto. I primi quattro, La Fuga, L’Isola, L’Uomo, Il Palazzo, sono stati presentati durante questa edizione del Festival come un tutt’uno, un continuum visuale a riempire uno spazio insolito.

Il padiglione Rasori si trova all’interno di un ampio complesso ospedaliero ed è circondato da alberi e da un giardino. Quando arriviamo è sera e l’edificio emana un’aura poco rassicurante. Si entra nel palazzo, si salgono scale bianche dal corrimano rosso e si è nell’ampio corridoio adibito a sala-teatro del Furioso. Poche sedie (si può entrare solo 15 alla volta) disposte a semicerchio di fronte a una scena divisa da un pannello semitrasparente dal cui retro compaiono gli attori, e sulla cui superficie sono proiettate le immagini filmate da Francesco Pititto, proiezioni che accompagneranno gli attori in ogni episodio, sfondo mobile e assillante di presenze inconsistenti.

C’è, infatti, molto poco di eroico in questi personaggi, pur tutti vestiti da guerrieri del ring, con casco da pugile adorno di un boa piumato dai colori sgargianti. Ognuno sembra perso in sé stesso. I versi di Ariosto sono stati scarnificati, ridotti all’osso, e sono intonati dagli attori con la loro forte cadenza dialettale.

Nel primo episodio, La Fuga, è Carlotta Spaggiari, affetta da disturbo dello spettro autistico e già presente come Ermengarda in un’altra recente creazione di Lenz, l’Adelchi di Manzoni. Qui interpreta la figura di Angelica, la bramatissima Angelica di Orlando, che fugge senza sosta da tutti i suoi spasimanti e rincorre l’unico desiderato, eppur assente, Medoro. Corre davanti e dietro il pannello, sfugge alle mani di Orlando, alle sue parole d’ amore folle, grida agli oggetti che l’assillano poiché le ricordano la serialità dei suoi pretendenti.

Il secondo episodio, L’Isola, si svolge in una delle tre stanze a cui si accede dal corridoio principale. La stanza è vuota, solo un tavolo, una sedia e una lettiga. Alle pareti le immagini proiettate sono primissimi piani degli oggetti di vita quotidiana conservati presso il Museo Guatelli. Colpisce la vista un quadretto vivente al centro della stanza, formato dalla regina Alcina e dalle due sorelle, tutte vestite con fascianti kimono rossi e azzurri. Alcina, interpretata da Delfina Rivieri, è una fata maligna che trasforma in piante e animali gli uomini che si innamorano di lei. Dietro le sembianze di una giovane affascinante si nasconde il suo vero corpo di vecchia, invisibile a chi cade vittima dei suoi incantesimi. Il tempo s’interrompe in azioni e frasi ripetute, la fuga del primo episodio diviene sterile stasi di una regina vicina alla morte. 

Il terzo episodio, L’Uomo, racconta della storia di Doralice, promessa sposa a Rodomonte, che viene rapita da Mandricardo, con cui nascerà subito l’amore. Il quarto, Il Palazzo, è l’interno del labirinto, quel Palazzo di Atlante che attraverso giochi di specchi ed evanescenti apparizioni intrappola i cavalieri al suo interno. La stanza è illuminata da una gelida luce blu; fuori dalla grande finestra a vetrata è la notte. Tutti i personaggi sono presenti ma avvolti in matasse di tessuto lanoso, a renderli invisibili. Ogni azione è impedita dal freddo di una costante glaciazione, fino a che Astolfo non riuscirà a spezzare tutti gli incantesimi attraverso un anello magico.

Rispetto al lavoro presentato alla scorsa edizione del Festival Natura Dèi Teatri, l’Adelchi, quest’ultima creazione di Lenz fatica ad aggiungere un di più agli usuali ingredienti: si ha anche qui un testo classico del tutto rivisitato e ridotto all’essenziale, una scena scarna, bianca, arricchita da immagini proiettate, un’azione recitativa agita dagli attori “sensibili”, un disegno sonoro elettronico e complesso. La visionarietà di alcune scene e l’interpretazione a suo modo intensa non riescono tuttavia a dare fisicità, nerbo e capacità di coinvolgimento allo spettacolo.

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