Per i trent’anni mi regalo un teatro (e ci faccio un AmletOne!)

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Ph. Michele Tomaiuoli

GIULIA RANDONE | Tempo di austerity, ce lo sentiamo ripetere da anni. Ma il teatro – figlio del rito e della festa – non si lascia abbindolare e con coraggio continua a difendere tutt’altra postura. All’asfissia delle sovvenzioni oppone lo sperpero sapiente delle energie, alla contrazione degli orizzonti replica con un lavoro che interroga il presente dando speranza per il futuro. Lo dimostrano i Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, che per festeggiare trent’anni di rigorosa ricerca artistica hanno scelto di aprire un teatro. Uno spazio piccolo, nascosto in un cortile del quartiere multietnico di Porta Palazzo a Torino, ma luminoso e curato in ogni dettaglio. Un’insegna al neon rosso annuncia il nome spiazzante del luogo – Marcidofilm! – e ci introduce a un foyer investito di luce, che dà accesso alla sala: settanta poltrone di velluto fronteggiano il palco, una trentina di metri quadri in legno nascosti da un sipario.

All’improvviso, dieci lunghi tubi trapassano il sipario e si protendono verso la platea. Lo spettatore sobbalza e ridacchia, ma un attimo dopo è sferzato dalla battuta iniziale di AmletOne!, lavoro inedito con cui si inaugura il nuovo teatro: “Essere: tosto problema”. Dall’interrogazione shakespeariana Marco Isidori, autore e regista, espunge l’alternativa “non essere”, mettendo in scena l’urgenza e l’ambiguità della prima opzione. Cosa vuol dire “essere”? Che cosa “è” e cosa, invece, “sembra”? Amleto (Paolo Oricco), vestito di scuro e dal volto pallido, è un fragile supereroe che si dichiara estraneo a ciò che “sembra” e per questo si dibatte nei meandri fosforescenti di una corte ipocrita, che reitera inganni e soprusi. Le scene e i costumi di stampo futurista, creati come sempre da Daniela Dal Cin, marcano il contrasto tra la solitudine del principe e l’uniformità della corte, meccanismo organico che si autoalimenta e agisce in sintonia. Questo coro cortigiano è dominato da Claudio (Marco Isidori) e Gertrude (Maria Luisa Abate), assisi su un trono-scaletta, manipolatori supremi e insieme semplici denti dell’ingranaggio che sostiene un potere crudele e acefalo.

Rispetto alle grandiose macchine sceniche a cui Dal Cin ci aveva abituati, in AmletOne! le scenografie hanno dimensioni contenute (adatte al nuovo spazio) e una struttura apparentemente più semplice e modulare, su cui gli attori stessi intervengono inventando nuove configurazioni. Se in altri lavori dei Marcido gli oggetti-macchina costringevano il corpo dell’attore per indurlo a nuove possibilità espressive, qui sono invece utilizzati per incorniciare gli interpreti, rafforzando la metateatralità di questo Amleto rivisitato. Al primo sipario lacerato se ne sostituisce un secondo, con l’effige dello spettro del re assassinato. Più avanti un terzo farà da sfondo alla rappresentazione degli attori di fronte alla corte di Elsinore, mentre la cornice teatrale circonderà di continuo Amleto, una volta in bilico tra i seggi dei sovrani, un’altra sospeso come un funambolo insieme a Ofelia (Virginia Mossi). “Teatro, mia semplicità, finzione amica, da te mi aspetto il flusso della verità”, invoca Amleto/Oricco.

La prossimità tra scena e platea regala a chi osserva un’intimità preziosa, che consente di spostare l’attenzione dalla partitura corale – che resta comunque una modalità elettiva per la compagnia – alla performance del singolo. In questo modo lo spettatore può proteggersi dall’alluvione verbale di AmletOne! – che non è padroneggiata da tutti gli attori in maniera convincente e solo a tratti raggiunge la musicalità della poesia – lasciando che lo sguardo indugi sui dettagli di un teatro che si (dis)fa sotto i suoi occhi, nel trucco che comincia a colare o in una parola dal suono più vero di altre.

Fino a maggio 2016 il teatro Marcidofilm! ospiterà una retrospettiva dedicata ai lavori della compagnia, tra cui un’edizione rinnovata delle Serve, lo spettacolo che nel lontano 1985, in una mansarda, inaugurava il cammino dei Marcido.

Comments

  1. teatro shakespeariano, luminosi e curati dettagli della rappresentazione di esasperate ricerche di identità in contemporanei drammi d’altri tempi …… cose che non mi appartengono e sulle quali ho sempre “sorvolato” ma la fine ed elegante penna di questa intelligente giornalista fa venire voglia di teatro …….. quello vero. grazie Giulia e complimenti

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