Crave di Pierpaolo Sepe: tutti in gabbia con Sarah Kane

Crave_ Ph Pepe Russo

Foto Pepe Russo

MILENA COZZOLINO | «Qualsiasi modalità si scelga per mettere in scena un testo di Sarah Kane, lo si tradirà», lo scrive Pierpaolo Sepe, nelle note di regia al suo spettacolo Crave, in stagione al Teatro Nuovo, dopo l’anteprima al Napoli Teatro Festival, ed eccezionalmente in scena alla Sala Assoli di Napoli, dal 10 al 13 dicembre. Non si potrebbe essere più d’accordo con la premessa, dato che Sarah Kane nel testo che ne decretò il successo come drammaturga, costruisce degli estremi teatrali in una struttura aperta, proteiforme, che sulla scena potrebbe diventare qualsiasi cosa.

L’immagine più immediata che la struttura di Crave richiama, con i suoi 4 personaggi con una lettera al posto del nome, A (author, abusator, actor), B (boy), C (child), M (mother), le sue frasi spezzate, i monologhi frammentati, le loro parole che sembrano intersecarsi a caso (e invece no!), è quella della mente scissa dell’autrice, d’altronde la traduzione di Crave è Febbre: e come non pensare alla febbre d’essere della disperata Sarah Kane, depressa, alcolizzata, drogata, lesbica, eppure lucida e talentuosa scrittrice, morta suicida a 28 anni come le rock star. Prima di poter diventare qualsiasi cosa.

Da questa struttura immediata, Sepe non esce, anzi la rappresenta visivamente sulla scena: Francesco Ghisu crea la gabbia mentale della Kane. Un’alta cortina in ferro campeggia sul proscenio. Sul fondo quattro cellette, quattro loculi, bianchi e squallidi come i cessi di una stazione. È là che appaiono i 4 fantasmi della Kane, impegnati in una danza del disgusto. Sembrano 4 esseri marginali, di quelli che si incrociano nelle stazioni metropolitane: A, interpretato con una certa poesia scenica da Gabriele Guerra, che ne fa un clown infernale e inconsapevole, è uomo anziano, non un violentatore ma un pedofilo in cerca d’amore; C (Dacia D’Acunto) è poco più di un’adolescente con un passato di abusi sessuali, legata da un’amore ambiguo al suo violentatore; B (Gabriele Colferai) rappresenta invece un giovane ragazzo alcolizzato forse drogato, in fuga da se stesso e dal mondo in cui balena una speranza nel possibile incontro con M (Morena Rastelli), donna sulla via della vecchiaia con una sola ossessione, il desiderio di avere un figlio, che vorrebbe appunto da B, ma senza amore.

Le loro vite si sfiorano, si toccano, si lambiscono, a volte si confondono: potrebbero essere due coppie. Ma nella messinscena di Sepe non diventano nulla di preciso, sono 4 esseri che si dimenano in questa gabbia dell’esistenza, le movenze sono quelle da laboratorio di teatro di ricerca: corse ad incrocio, cadute ripetute, gesti appena abbozzati, roba che a teatro ha fatto ormai il suo tempo. I 4 personaggi arrivano al margine della gabbia e fermi parlano rivolti al pubblico con la faccia appoggiata alla grata, come intrappolati. Ad amplificare le loro voci 4 microfoni e qui il motivo della scelta non è intuibile.

Sono le parole poetiche della Kane a reggere il gioco teatrale. Nella fissità delle posizioni, il reiterarsi delle battute «Cosa vuoi? – Morire» e «Se arrivasse l’amore», delineano un destino di solitudine dei 4 soggetti, un destino collettivo, individuale e personale. In quel fluire di parole che a volte sembrano rimbalzare a caso tra loro, è il gioco folle, spietato e disperato della vita a cui tutti siamo destinati: «io non scrivo che la verità eppure essa mi uccide»: la voce di Sarah Kane risuona nella battuta di C, ma potrebbe indistintamente essere pronunciata anche da A, B o M. E in effetti a tutti è possibile riconoscere frammenti delle proprie esistenze nei frammenti lirici della Kane. Per rendere visivamente l’idea, Sepe nel bel mezzo della narrazione scenica, ci regala l’ennesimo nudo teatrale e gli attori spogliatisi dei loro abiti si rivestono con quelli degli altri. A questo punto ci sia spetterebbe un cambiamento, un ribaltamento visivo. Ma non avviene nulla se non un abbassamento del tono verso il drammatico, delineato progressivamente anche dal disegno luci di Cesare Accetta. Gli interpreti si scambiano banalmente di posizione e tutto continua come prima.

Intanto il tempo scorre verso un finale in cui continuiamo a chiederci quando Sepe tradirà la Kane. Il tradimento non avviene, non quello dell’autrice almeno. Quello delle nostre aspettative sì. Applausi tiepidi. E la domanda si amplifica: perchè non lo ha fatto? Nella risposta, tutto il senso (o il non senso) di questo spettacolo. Crave sarà ancora in scena, dal 15 al 20 dicembre, nell’ambito del 30ennale della Sala Assoli. https://www.youtube.com/watch?v=uaNqSwhRGp0  

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