Michele di Mauro tra confessioni indecenti e missive oscene

GIULIA MURONI | La lingua incespica, le parole si fondono in una musica disarmonica e inaudita, il tempo è un pentagramma dalle maglie slabbrate. “Gli amanti lontani si rincontrano nel sogno”, luogo in cui l’inconscio imperversa, senza appiglio alcuno a moralità o consuetudine sociale.

È una frase tratta da “L’amore segreto di Ofelia”, spettacolo di e con Michele Di Mauro e Carlotta Viscovo, nato a partire da un testo omonimo di Steven Berkoff, inedito in Italia. Visto al Teatro Fassino di Avigliana, la direzione artistica a cura della Piccola Compagnia della Magnolia lo propone tra Punta Corsara e Gli Omini.

Steven Berkoff riscrive in versi un ininterrotto dialogo tra Amleto e Ofelia, tracciando un epistolario libero di percorrere le complesse sfumature dei discorsi amorosi. Si tratta di un amore segreto, nutrito di parole e aneliti, che nella distanza illanguidisce le fantasie, sbiadisce i contorni, avviluppa gli amanti e li fa contorcere dalla frustrazione di un desiderio perennemente inespresso. Berkoff fa un uso arbitrario e originale del testo di Shakespeare, mettendo a fuoco un profilo inesistente nel bardo: l’amore clandestino e le frizioni passionali di due amanti votati a un destino nefasto.

Michele Di Mauro e Carlotta Viscovo danno vita a una spettacolo che trova il suo canale di espressione in una molteplicità di elementi. Un testo denso che tratteggia scorci narrativi ulteriori, un composito contraltare musicale – a cura di GUP Alcaro- pannelli moventi su cui compaiono proiezioni, un disegno luci che interloquisce con i due attori. Se alcune scelte appaiono ridondanti in un’economia della scena già ricchissima, d’altro canto è nella dialettica azionata dalle due presenze – con diversità di cifra e notevole intensità scenica – che si sviluppa una lirica erotica e drammatica toccante, in grado di restituire atmosfere e note del e oltre il testo shakesperiano con profondità di sguardo.

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Una prova d’attore di pregio in dialogo con un tappeto musicale incalzante e un testo drammaturgico di spessore sono elementi che ritornano anche in “Confessione” di e con Di Mauro, ad apertura della rassegna schegge, a cura de Il Cerchio di gesso. Qui l’investimento immaginifico è volutamente inferiore, per dare centralità alla parola, impreziosita dal dialogo con i suoni, sempre di GUP Alcaro. Di fronte a un leggio, su un podio, Di Mauro snocciola la confessione dai toni altamente retorici di un ex presidente. Di fronte a una platea di giudici avviene la disamina dei propri peccati politici e delle disonestà di coscienza. Contesto altamente improbabile, il testo – scritto molto bene da Davide Carnevali – si scopre lentamente, rivela con efficacia e ritmo le infime e verosimili dinamiche ferine di potere, sottese alle scelte di un presidente. La scarsa considerazione del popolo (“meglio un popolo monolitico piuttosto che la molteplicità della popolazione”) si accompagna alla disistima totale nei confronti dei collaboratori (“deficienti molto brillanti”) in questa confessione che, confondendo i piani di realtà e finzione, riesce a fingere la realtà e realizzare la finzione. I rimandi si rincorrono e lo spaesamento dei riferimenti è voluto: soltanto alla fine viene fatto il nome di Menem, per due volte presidente dell’Argentina nel decennio 1989-1999. In realtà, e questo è pregio enorme di questa scrittura, il testo si presta ad essere attribuito a una miriade di personaggi della sfera politica di Paesi differenti, andando così a evidenziare il nesso tra potere e dire-il-vero come un meccanismo solido aldilà delle flebili oscillazioni locali.

Michele Di Mauro, di solida competenza attorale, firma due spettacoli molto differenti, rigorosi e degni di nota, cui si augura una altrettanto degna circuitazione.

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