Sul filo rosso del ricordo: I fatti della “Uno bianca”

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ph. Umberto Terruso

MARTINA VULLO | C’è un filo rosso che lega gli ultimi spettacoli messi in scena al teatro delle Moline di Bologna: si tratta del ricordo e nello specifico di una memoria territoriale. Se in Amore e Anarchia (pièce delle Albe sui valori di resistenza dei giovani di fine ‘800), i protagonisti erano gli spiriti di due anarchici ravennati, con Le buone maniere. I fatti della “Uno bianca”, Michele Di Vito (autore) e Michele Di Giacomo (attore e regista dello spettacolo) hanno voluto riportare alla memoria le vicende dell’associazione criminale che, fra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ha sparso terrore e sangue attorno al raggio territoriale dell’Emilia Romagna.

Il debutto dello spettacolo ha avuto luogo il 9 Dicembre nella saletta nel centro universitario della città, dove rimarrà in cartellone fino al 20 del mese.

Il personaggio che si racconta in scena, questa volta, è però un uomo in carne ed ossa: Fabio Savi, uno dei tre fratelli artefici della vicenda, che dalla propria cella da ergastolano (delimitata nel perimetro da luci a tubo e ricostruita attraverso pochi mobili) dà vita ad un flusso di coscienza scandito dai ritmi della prigione.

Fra le ore dei pasti e quelle d’aria, fra una canzone di Cutugno ed una sigaretta, il personaggio dall’accento riminese rievoca la propria infanzia, ricordando gli spari al fiume coi fratelli e maledicendo poi il difetto della vista che gli ha impedito di arruolarsi insieme a loro per compiacere il padre: è stato proprio il padre, quando lui era piccolo, ad insegnargli le “buone maniere!”.

Parla poi del fallimento della carriera da meccanico e se le scene sono giocate su luminosità deboli, le espressioni del suo volto sono ben evidenti. Lo stupore per la fierezza del personaggio che si racconta, incrementa davanti alla superficialità degli insulti che rivolge agli extracomunitari (unici rei, a suo dire, del proprio fallimento nel lavoro).

Come appare evidente in scena, non appartengono a Savi le buone maniere. Il resto del racconto è storia, ma lui rimane zitto. A che gli serve ricordare?

L’espediente che fa avanzare la narrazione è la presenza di un nuovo personaggio in scena: si tratta di una piccola parte di Savi che ricorda ancora gli insegnamenti del padre. E’ sopravvissuta in un angolo recondito della sua coscienza e si manifesta fisicamente (degna di nota la musica solenne in sottofondo al primo ingresso) o verbalmente, gridandogli che bisogna ricordare. Lo si deve “a quelle persone li’!”.

Dopo non poche resistenze la memoria è rievocata: drammatica l’immagine perfettamente resa, della paura negli occhi del casellista a cui è stata puntata la pistola, nella prima rapina a Pesaro.

Savi elogia l’infallibilità dell’organizzazione, poi la Fiat Uno si manifesta in scena: è un armadio precedentemente scaraventato a terra a cui l’attore ha strappato un fianco esterno. L’interno è tutto illuminato quasi a sottolinearne il carattere di icona.

Dietro l’icona i nomi di “quelle persone li’!”: sono il ragazzo freddato per avere assistito a un cambio macchina della banda, la signora che li ha riconosciuti in un’armeria, guardie giurate e carabinieri, di cui un po’ Savi, un po’ la tv che si accende autonomamente in scena, ci parlano.

“24 vittime e oltre cento feriti” annuncia una voce femminile da una vecchia radio: è il bilancio dei 7 anni di attività criminale, quasi bestiale. Solo di bestie si può infatti parlare, perché non è un uomo quello che ci appare di fronte. Non può essere una persona quella che se ne sta tranquilla, indifferente ad ascoltare la voce che legge la cronologia delle stragi di cui si è fatta artefice.

Come Amore e Anarchia, anche Le buone maniere. I fatti della “Uno bianca” presenta un finale sospeso: se nel primo caso però quel senso di sospensione allude alla vita che supera la morte attraverso i valori seminati da due grandi Uomini, in quest’ultimo caso osserviamo l’esatto opposto: la morte in vita di un automa a cui non è rimasto niente di meglio che le stelle da contare dietro le sbarre di una prigione.

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