Ascanio Celestini: l’uomo duplicato in una storia o nel suo contrario

FILIPPA ILARDO | Una lunga parabasi che comincia per caso, come una pausa, una confessione, una chiacchierata che ad un certo punto comincia. Ascanio Celestini, nel suo “Storie e Controstorie. Fiabe per adulti che volevano essere bambini cattivi”, ad Enna per la Stagione del Teatro Garibaldi e al CentroZo di Catania, si intrattiene con la gente, poi sale sul palco e dà vita ad un rito teatrale che rinuncia alla finzione e getta la maschera. Ascanio-Celestini.jpgSi presenta nudo e vero, un uomo con le sue fobie che si racconta. Comincia dalla sua ansia, un pallone nella sua testa, vuoto e aria a confondere i lineamenti della realtà, la presenza invadente del nulla. Un uomo “disarmato per ansia”, l’ansia dell’uomo che non ha più battaglie da combattere, che può essere indifferentemente partigiano e fascista, di destra e di sinistra, sé stesso e il contrario di sé stesso. E’ una storia e una controstoria. Non ha più il paracadute ideologico a difenderlo, sperduto in un’apocalisse dove la coscienza si è sfaldata, rimane solo l’esorcismo della risata a fare emergere le contraddizioni della società.
Conformismo, omologazione, scomparsa dei valori, perdita della memoria personale e storica, della coscienza sociale, civile, antropologica, di questo sembra soffrire l’uomo contemporaneo. Un uomo che si duplica in un altro sé stesso, pirandellianamente, si moltiplica per guardarsi dall’esterno. L’uomo duplicato di Saramago, che incontra il proprio sosia, identico a lui in tutto, anche nella bulimia con cui conduce una vita senza accensioni, in due non riescono a fare una persona intera.

Così raccontando sé stesso, racconta cosa è il racconto. In una vertiginosa sovrapposizione digressiva, una storia ne genera un’altra, e la frammentarietà centrifuga si fa forma aperta e mobile, manipolabile in funzione del pubblico e delle serate, che ci parla di noi, del nostro caos, della nostra discontinua soggettività, dei nostri squilibri. Un male che non è più fuori, ma dentro di noi. Un uomo troppo piccolo in una stanza troppo grande, un’immensità claustrofobica, dove il nulla è di nuovo materia, dove le porte non portano da nessuna parte. L’eroe è solo un ammasso di carne a brandelli, un essere depresso e impaurito, in un mondo che richiede efficientismo, dinamismo, perfezione. Cento donne sognano di essere una sola donna, cento storie sono solo una storia: barzellette, sezionate ed analizzate, quelle sugli ebrei, sui carabinieri, per bambini e per grandi; le storie di Giufà, lo sciocco di tutti i tempi e di tutte le latitudini, con il suo diritto a “confondere, scimmiottare, iperbolizzare la vita” come direbbe Bachtin “il diritto di rappresentare la vita come commedia e gli uomini come attori; di strappare la maschera agli altri”. La vita, varia e multiforme, che passa attraverso il cronotopo del palcoscenico teatrale e si rivela nel suo doppio: è impossibile coincidere con sé stessi.

Una narrazione che parte dall’oralità dove a fare da guida è solo il racconto, unico elemento totalizzante, centro concentrico che attrae e disperde, si fa labirinto, discontinuità moltiplicatoria, gioco polimorfo di toccate e fughe.
Una parola che affiora naturale, e invece nasconde un pensiero e una costruzione ben precisa, ma che viene quasi balbettata, abbraccia con naturalezza apparente il flusso del pensiero, segue o fa da contrappunto alle scarne note di sottofondo. Una parola immacolata come detta e ascoltata per la prima volta che ci parla del suo, del nostro disincanto, rinunciando a tutto, tranne che al racconto. Ha veramente molto da dire il teatro di Ascanio Celestini, anche quando sembra non avere nulla da dire.

Storie e controstorie. Fiabe per adulti che volevano essere bambini cattivi

di e con Ascanio Celestini

Enna .Teatro Garibaldi 10 Dicembre

Caania – CentroZo 13 Dicembre

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