Una Cantata dei Pastori eretica: intervista a Michele Del Grosso e Gianni Sallustro

MILENA COZZOLINO | Ci siamo inoltrati in uno dei vicoli della Napoli antica, vico Fico Purgatorio ad Arco, a foto con sindacodue passi da San Gregorio Armeno, la strada dei pastori, per andare a far visita a Michele Del Grosso, direttore artistico del Tin (Teatro Instabile Napoli), spazio protagonista del sottobosco teatrale partenopeo. Qua, nelle segrete di palazzo Spinelli dei Principi di Tarsia, si apre uno spazio a pianta ellittica con otto archi disposti a deambulatorio intorno ad un fulcro centrale che ricorda la scena nuda del teatro elisabettiano. E proprio qua, un gruppo di giovani attori dell’Accademia Vesuviana del Teatro di Gianni Sallustro, capitanati dal loro maestro e sotto l’egida di un altro maestro, Michele De Grosso, saranno protagonisti di un’insolita Cantata dei Pastori. Ma dimenticate la fissità di quella tradizionale, perché i protagonisti qua sono acrobati, funamboli, clown e giocolieri…

È il circo insomma?

Sì, è il circo, innanzitutto perché in passato erano proprio i circhi, ossia i grandi carrozzoni girovaghi, a fare la Cantata e io stesso ne ho avuto uno, quindi lo so. Ma la nostra Cantata non è solo circo, è anche l’opera dei pupi, la commedia dell’Arte, quella boschereccia, la marinaresca, fino all’opera regia e quindi a Goldoni. Il nostro, però, è soprattutto un teatro di carta. E di carta pesta saranno le scenografie e i costumi che ho ideato e tutto sarà immerso in un gran fiume di coriandoli. Poi, qui al centro, c’è anche una botola da cui usciranno i diavoli e questo non è il teatro elisabettiano?

Avete anche modificato il titolo del Perrucci: Razzullo e Sarchiapone sott’ ‘o tendone, perché?

Nella Cantata tradizionale, la Madonna e San Giuseppe, nonostante Razzullo e Sarchiapone siano i motori dell’azione, restano comunque protagonisti. Nella nostra invece diventano ancora più noiosi e filosofi di quanto non siano già, al punto che non se li fila più nessuno. Comunque Razzullo e Sarchiapone sono il motivo ispiratore della nostra Cantata, perché sono due personaggi già circensi, sono due clown, dei quali rappresentano l’anima bianca e quella nera…

A proposito di clown, anche voi due sembrate un clown bianco e uno nero, come è nato il connubbio tra le vostre due realtà?

M: Sì, lo siamo, Gianni è addirittura cattolico credente e praticante. Come è avvenuto il nostro incontro, lo può spiegare meglio di me.

G: La collaborazione artistica tra di noi nasce molti anni fa. Feci un provino per uno spettacolo con Michele, un Viviani; poi il nostro sodalizio artistico è continuato in altri progetti: Caravaggio e Mater Camorra tre anni fa. Michele è rimasto per me un punto di riferimento e quindi lo è anche per gli allievi della mia Accademia, che studiano, tra le varie discipline, anche arti circensi. Per cui è stato naturale coinvolgere i miei ragazzi. Primo perché mi interessa che conoscano il modo di lavorare di Michele, che basa il suo lavoro sui metodi di Mejercol’d e Grotowsky, quindi un lavoro molto duro sull’attore. E poi mi interessava che loro lavorassero in questo spazio fisico così così diverso da qualsiasi teatro. Col pubblico ad un palmo e tutt’intorno, uno spazio di per se stesso già grotoschiano.

Lavorerete ancora insieme?

Sì, certo. Abbiamo un progetto importante. In questi anni abbiamo studiato e ci siamo documentati molto, e abbiamo le prove che la Commedia dell’Arte sia nata a Napoli. Queste sono chiaramente notizie che si perdono nel tempo, però il nostro istinto teatrale ci dice che è così. E quindi vogliamo creare una scuola di Commedia dell’Arte in questo spazio, che ci sembra il più congeniale possibile. È facile immaginare che questa cosa possa accadere proprio qua, dato che ci troviamo immersi in una scenografia naturale.

Tornando al personaggio di Sarchiapone, nell’immaginario resta ineguagliabile l’interpretazione di Concetta Barra, com’è il vostro Sarchiapone?

Anche il nostro Sarchiapone sarà una donna. Ad interpretarlo è una ragazza di Forcella, la cui dizione è perfetta per questo ruolo. Ma di più non posso svelare, sennò che gusto c’è a venire a vedere lo spettacolo…

Nemmeno una piccola anticipazione?

Forse una, sì: quest’anno il personaggio di Sarchiapone diventa ancora più deforme e in una delle sue gobbe sarà stipato un nuovo alter ego, Palommella, un personaggio immaginario aggiunto, che rappresenta la parte più fantastica e poetica di Sarchiapone. E se Razzullo è l’alter ego materiale di Sarchiapone, Palommella rappresenta la sua anima leggiadra e immateriale, è una specie di farfalla, una specie di Ariel preso in prestito dal teatro scespiriano.

Come definireste la vostra Cantata?

Eretica e blasfema, al punto che qualcuno si offenderà. C’è una scena nello spettacolo che è una messa in profondità della nostra Cantata, ossia il momento in cui una zingara legge la mano alla Madonna e predice la venuta di Gabriello, un giovane bellissimo e avvolto da coriandoli, che le porterà la buona novella. La buona novella in questo caso – e questo è chiarissimo – è la seduzione che Gabriello opererà sulla giovane, tant’è che ci siamo inventati anche un modo per rappresentare il coito, più blasfema di così? Ma la nostra Cantata vuole essere soprattutto un lavoro aperto a contaminazioni continue. Basti pensare che i nostri diavoli, in un momento di straniamento brechtiano cominceranno a parlare di camorra e lo faranno proprio con le battute di Andrea Perrucci.

La Cantata dei Pastori a Napoli è sinonimo di tradizione, sia Peppe Barra che Giovanni Mauriello si apprestano a mettere in scena la loro Cantata, come vi situate nel solco di questa tradizione così importante?

Anche la nostra Catata è tradizione! Sono dieci anni che la facciamo e quando per due anni abbiamo deciso di non farla, il nostro pubblico si è lamentato parecchio. Ma a parte questo, io e Peppe Barra siamo molto amici, abbiamo anche lavorato insieme, però io non riesco mai a vedere la sua Cantata e lui non riesce a vedere la mia, perché siamo in scena in contemporanea. Diciamo che però c’è anche un altro motivo, è che proprio non riusciamo a vedere l’uno quella dell’altra, in un senso più profondo: i nostri, sono due immaginari completamente divergenti.

Quando ci infiliamo nel buio di vico Fico Purgatorio ad Arco, ad attenderci sotto l’ingresso c’è la statua di Pulcinella dell’artista Lello Esposito, che campeggia come una sorta di muto custode del teatro e dei suoi progetti. Pulcinella è protagonista anche dei presepi di via San Gregorio Armeno, che imbocchiamo, buttando un occhio qua e là. Allora le parole di Del Grosso sulla tradizione e la contaminazione, sull’immaginario e i colori, tornano e si accendono nella mente. Il presepe, in fondo, sopravvive proprio per la contaminazione e grazie ad essa. Accanto alle tradizionali statue della Madonna e San Giuseppe, ci sono calciatori, politici, veline. Ci mettiamo un po’ di tutto nei nostri presepi, a volte persino le sorpresine dell’uovo di Pasqua.

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