Macbeth: fra cinema e danza, opportunità e rischi del racconto dell’ambizione

KP_261194_crop_1200x720RENZO FRANCABANDERA | Molti gli appassionati di teatro che sono corsi a cinema a vedere Macbeth, il film del 2015 diretto da Justin Kurzel con protagonisti Michael Fassbender e Marion Cotillard.

La pellicola è l’adattamento della più breve tragedia di William Shakespeare ed è stata in concorso al Festival di Cannes 2015, presentato il 23 maggio. La riduzione filmica del classico shakespeariano dell’ambizione e della brama di potere, della lucidità femminile capace di governare sulla volontà traballante e fragile dell’uomo ed in questo caso specifico le interpretazioni fatte di sguardi di Fassbender e della Cotillard nei due ruoli principali raccontano bene la psicologia di due personaggi fra i più rappresentati sia a teatro che a cinema nell’ultimo secolo, con riferimento al repertorio drammaturgia del Bardo.

Da tempo avevamo anche alcuni appunti per una riflessione su una versione danzata delle ispirazioni che da questa opera capitale si originano: si tratta di Enter Lady Macbeth di Simona Bucci, uno degli spettacoli programmati nelle più importanti vetrine di danza dell’autunno passato, da MilanOltre ad Autunno Danza a Cagliari.
La coreografia, centrata sulla figura femminile della  aspirante regina e meglie di Macbeth nasce da una concezione scenica di Simona Bucci con musiche originali di Paki Zennaro su disegno luci di Gabriele Termine, ed ha come interpreti, in uno spazio vuoto separato dal pubblico da un tulle, quattro donne nella loro semplicità corporea: Eleonora Chiocchini, Isabella Giustina, Sara Orselli, Françoise Parlanti, Frida Vannini.

EnterLadyMacbeth05-470x350Il femminile su cui la Bucci vuole indagare è il nucleo creatore e distruttore degli eventi stessi, incarnazione di una sorta di coesistenza manichea delle pulsioni positive e negative che nell’animo umano, anche quello femminile ovviamente, albergano.
Commentiamo insieme (ed anzi troviamo ispirazione nel pensiero sul film per distillare quanto ci era rimasto sospeso rispetto allo spettacolo di danza) i due esiti di confronto con il Macbeth di Shakespeare perché entrambi ambiscono, con idee di fondo e mezzi diversi a confrontarsi con “il trasferimento dal piano magico e fatale a quello psicologico e umano”, come la Bucci dichiara nelle intenzioni sul lavoro, facendo si che le diverse anime che nella psiche umana si danno diventino creature diverse, ognuna con un suo specifico, un suo movimento, capaci di movimento corale e di azioni individuali, come quando siamo in equilibrio fra le forze o ce n’è una che domina e governa le nostre azioni.

Anche il film a più riprese, e invocando una presunta fedeltà al testo (più volte in realtà tagliato, e aggiunto di particolari anche inutili o inspiegabili, come la creatura fra le braccia delle streghe che dovrebbe essere il figlio mancato di Macbeth), si dilunga nel rapporto fra universo del magico-psicologico e quello reale, nelle sue logiche di volta in volta convergenti ed antitetiche.

Ma entrambi, film e spettacolo, raggiungono alcuni risultati e ne mancano altri. Riescono nella bellezza dell’identità soggettive, nel lavoro sugli interpreti e nella volontà di creare un ambiente immaginario unico e coerente. Riescono invece meno nel rapporto insistito con una musica che si fa spesso didascalia gotica e nelle scene collettive, che nel film sono di fatto un già visto di altri film di epica guerriera in salsa contemporanea come il 300 ispirato al fumetto di Miller, con tanto di rallenti e fiocchi di sangue, dove Macbeth si sovrappone nel nostro immaginario prima al Leonida di 300 e andando a ritroso nell’epic pulp in salsa americana, al Cristo dell’ultima tentazione.

Anche nel lavoro danzato, pur nella cura dei movimenti, prende nella seconda parte il sopravvento un deja vu che cede troppo ad un dialogo fra corporeo e  musicale spesso un po’ oleografico. E quindi in entrambi i casi, tanto a cinema che in sala, sentiamo il venir meno del tratto originale e distintivo, proprio dove si apriva lo spazio per un esito che non flettesse sull’immaginario più facile. 

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