L’altra faccia della Passione: Elena Bucci, Marco Sgrosso e il cabaret della memoria

spettacolo-di-cabaret-tenutosi-nel-1943-nel-campo-di-westerbork_yad-vashem-archiveMARTINA VULLO | Una passione –  ‘ridere così tanto’ – musica e teatro nei luoghi dell’Olocausto è il titolo dello spettacolo messo in scena da Elena Bucci e Marco Sgrosso (fondatori della compagnia Le Belle Bandiere), il 27 Gennaio all’Arena del sole, davanti a un pubblico colmo di insegnanti e scolaresche delle superiori.

Scenografia scarna: pochi leggii e deboli luci a rischiarare i personaggi che quasi spettralmente emergono nell’oscurità. Un uomo e una donna dall’aria sognante che fra un’agghiacciante ninnananna sussurrata e dissonante e il leitmotiv di una breve conta in tedesco, incarnano e danno voce ad artisti morti vittime della Shoah. Ad accompagnarli, ai diversi lati della scena, Dimitri Sillato (al violino e alle tastiere) e Felice del Gaudio (al contrabbasso).

Phonè e parola si intrecciano fra loro, mentre le voci dei performer giocano di contrappunto e gesti meccanici e spontanei si fanno spazio reciprocamente.

Lo spettacolo si compone di frammenti tratti da testi drammatici e di cabaret che venivano inscenati nel ghetto di Therensienstadt, dove finirono, prima della deportazione, innumerevoli figure di artisti e letterati. Alle opere recentemente riscoperte (grazie al lavoro della ricercatrice Lisa Peschel) si aggiungono testimonianze artistiche e poetiche legate a momenti di vita dentro ai lager.

L’idea nasce in ambito accademico, dove lo scorso anno, in occasione di un incontro promosso dal centro La Soffitta sul tema del teatro nella shoah, gli artisti hanno letto per la prima volta alcuni dei testi in questione. Un anno di tempo, la disponibilità dei due, l’idea e la consulenza drammaturgica del professor Gerardo Guccini, hanno trasformato quell’esperienza in una lettura-concerto di confine fra ricordo e meta-teatralità.

Vi si narra di quel Kurt Gerron (interprete alla prima de L’Opera da tre soldi di Brecht), cui Hitler affidò a scopo promozionale la regia di un documentario sul ghetto: “il Fuhrer ha regalato una città agli ebrei” (non mancano note di colore sulla “bellissima” e “prospera” città!) e si racconta della sua morte ad Aushwitz, dove fu deportato finito il suo lavoro, insieme a ogni singola comparsa di quel film.

E “Ninna nanna riposa riposa, or la terra è silenziosa” recita la nenia che Ilse Weber Wiegala (poetessa e autrice di fiabe per bambini) fece cantare a pieni polmoni ai piccoli dell’infermeria di Therensienstandt, che accompagnò fino alle “docce” dei campi di concentramento.

Attraverso un umorismo di metafore e racconti in chiave, che caratterizza molte delle testimonianze ritrovate, emergono delle opere che scritte e mandate a memoria, hanno costituito per la gente degli atti di resistenza.

“Cantavamo per farci beffa del diavolo”… e a beffeggiare il diavolo si uniscono fra le altre voci, quella del poeta Moishe Pulaver, del regista Jonas Turkov (con i suoi racconti) e le agghiaccianti e scanzonate melodie di Krystyna Zywulska.

Dare voce alle loro opere non è un mero esercizio della memoria, ma un modo per non rendere vana la lotta che questa gente ha portato avanti per se stessa e per i posteri, affinché fosse chiaro (e pur di lanciare questo messaggio c’è chi non ha temuto di scrivere usando le ceneri dei compagni morti), che a dispetto di ogni brutalità, dentro a quei campi si viveva.

Una pièce della memoria differente a ciò a cui siamo generalmente abituati, dove attraverso il riso si rivela la brutalità dell’accaduto in tutta la sua crudezza e dove accanto all’inumanità di una passione da cui imparare per contrasto, si offre al ricordo un’altra faccia della passione: la foga per la vita a cui l’uomo è in grado di aggrapparsi e che persino nel bel mezzo dei più spietati tentativi di annientamento –complice un’arte che sembra resistere a tutto – può permettere alla gente di rimanere umana.

Prima che inizi lo spettacolo, a teatro si ascolta, per il progetto “la Shoah dell’arte” dell’associazione ECAD, un frammento da un’opera di Aldo De Benedetti, commediografo italiano di cui – a causa dell’origine ebrea – non si poterono per un lungo tempo rappresentare le commedie.

Una voce fuori scena invita ad osservare che se la sua vita fosse finita in un campo di concentramento, ci troveremmo oggi di fronte ad un grande vuoto artistico.

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