Fäk Fek Fik: Werner Schwab in discoteca con Bob Sinclair

ELENA SCOLARI | Werner Schwab: scrittore e drammaturgo austriaco, morto a 35 anni per overdose di alcol il giorno di capodanno del 1984. Un veglione esagerato, evidentemente. Niente male.
Il Collettivo SCH di Roma riscrive le sue Presidentesse e ne immagina il possibile seguito. In Fäk Fek Fikle tre giovani, FFFArianna Pozzoli, Martina Badiluzzi e Ylenya Giovanna Cammisa sono appunto tre giovani donne, tre tipi anche fisicamente molto diversi: una rossa pingue e tettona, una bionda con un personalino giusto, una mora e magrissima.
Le tre attrici sono brave, vogliamo dirlo subito perché è anche la cosa di cui prima ci si accorge. Sono in scena senza nessun arredo, sono vestite come vestono tre ragazze e occupano posizioni del palco ben precise (anche troppo, forse). Lo spettacolo comincia con un ritmo incalzante e c’è energia da vendere, capiamo subito che le protagoniste hanno i loro guai, ognuna i propri, e ce li gridano.

Questa concitata prima parte si snoda tra spiritose prese in giro di alcune mode desolanti: gli pseudopasti a base di seitan e tofu (il correttore lo cambia in tufo, forse hanno lo stesso sapore), padroni che rincoglioniscono dietro a cani con nomi e impermeabilini da mannequin, loft a Parigi invasi da designer, light designer, sound designer, fashion designer, outdoor designer e dove arriva Thomas Ostermaier a salutarti.
Tutto bene, poi però arrivano un po’ di luoghi comuni, formali e contenutistici: le tre attrici si spogliano, il che non è un problema ma è ormai usanza abusata, e qui non ne troviamo un vero motivo drammaturgico, poi si racconta di cena aziendale dove tutti fingono sorrisi per il capo ma non vengono pagati da mesi, di una hostess coi tacchi a spillo che guadagna 4 soldi per accalappiare clienti per una multinazionale del tabacco o per la Tim… Comincia a scricchiolare una struttura che sviluppa tutta la seconda metà dello spettacolo in una (troppo) lunga scena in discoteca dove – tra un pompino e l’altro – una si cala un acido e crede di farsela con Bob Sinclair, una deve ravanare nelle deiezioni di uno spacciatore per trovare 3 ovuli di coca, l’altra si è scoperta incinta e va con un negro (la troia, cit. Vasco Rossi). Tutto con il music live set di Samovar che, nonostante la buona qualità, tende ad appiattire l’atmosfera generale.

A noi sembra che a Fäk Fek Fik manchi il terzo polo, cioè: c’è la buona presenza delle interpreti, c’è un testo – formalmente – ben costruito ma manca il filtro della riflessione. A meno che la riflessione non sia in questo tipo di forma sincopata dove però lo stile forte sovrasta i contenuti. Il metodo dell’affastellamento funzionerà ancora per poco, sta ormai diventando un topos teatrale.
E’ comunque pregevole il risultato d’insieme di un gruppo giovane, che ha saputo montare un lavoro pensato e coerente nonostante qualche ingenuità (che è pure giusto avere). Il Premio ex aequo che il Roma Fringe Festival ha dato alle tre ragazze come migliori attrici è meritatissimo.

Visto al Teatro Litta di Milano, nell’ambito della rassegna Apache, curata da Matteo Torterolo.

direzione Dante Antonelli – con Martina Badiluzzi, Giovanna Cammisa, Arianna Pozzoli – drammaturgia Dante Antonelli, Martina Badiluzzi, Giovanna Cammisa, Arianna Pozzoli
musica live set Samovar (Samuele Cestola) – luci live set Francesco Tasselli – costumi Nina Ferrarese e Claudia Palomba – illustrazione di locandina Serena Schinaia – foto Gabriel Savanelli
Silvia Garzia, Valentina Mameli – ufficio stampa/distribuzione Marta Scandorza
produzione esecutiva Annamaria Pomipili (associazione Malatesta)

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