Molière, malattia e teatro: la regia di Diaz- Florian per la Compagnia della Magnolia

GIULIA MURONI | È un’operazione felice quella che sta alla base della creazione nel 2006 da parte della Piccola Compagnia della Magnolia di “Molière o il malato immaginario”. Al termine della formazione al Théâtre de l’Epée de Bois, presso la Cartoucherie, Giorgia Cerruti e Davide Giglio (nonché il nocciolo duro della Magnolia) ricevono la regia di questo spettacolo da parte di Antonio Diaz- Florian, direttore del Théâtre de l’Epée de Bois.

A partire dal 1997 tale drammaturgia era stata portata in scena da una troupe francese e una madrilena, prodotta dal Teatro Espada de Madera. La compresenza in luoghi differenti di creazioni nate dallo stesso seme traccia una coincidenza di condivisione artistica di energie e scelte registiche.

“Molière o il malato immaginario”, tradotto e adattato da Giorgia Cerruti, è andato in scena presso il Teatro Fassino di Avigliana nelle voci e nei corpi di Luca Busnengo, Giorgia Cerruti, Pierpaolo Congiu e Davide Giglio al fianco delle nuove aggiunte Camilla Sandri e Federica Carra. Da un fondale rosso fuoco vengono sputati fuori i personaggi, ed è la vicenda di Argan, vecchio avaro ipocondriaco in balìa dei medici, a fornire il tassello fondante della trama. L’intuizione di Moliére viene proposta in tutta la sua pervicace attualità, il sapere medico è posto al centro di una relazione di potere e diviene sedicente monopolio di conoscenze. Ci sono poi le questioni del matrimonio della figlia – topos delle querelle familiari – e la nuova compagna che tenta di approfittare delle ricchezze del vecchio presunto infermo.

Avvolti in ingombranti vesti bianche, addobbati di parrucche, i personaggi di “Moliere o il malato Immaginario” hanno incarnati pallidi e lineamenti alterati dal trucco nero. Si avvicendano sulla scena, gravitando intorno all’orbita di Giglio/ Argan / Moliére. Giorgia Cerruti è Tonina, serva di Argan, ma anche sua lucida interlocutrice. Si allea con la di lui figlia Carra/Angelica affinché possa sposarsi con il suo innamorato Cleante/Busnengo, piuttosto che capitare tra le braccia del Dottor Diaforetico/Congiu, il quale l’ha chiesta in sposa. In questo scenario si inserisce anche la nuova seducente moglie di Argan, Belinda/Sandri che architetta un piano subdolo per ottenere da Argan un testamento vantaggioso. Il fil rouge che percorre le vicende è la paranoia di Argan di essere malato e i suoi incontri con medici che si contraddicono a vicenda tendono ad amplificarne il senso di incertezza e spaesamento. Moliere-70 [218316]

Antonio Diaz-Florian, maestro del teatro barocco, ha impresso alcune caratteristiche formali nella regia che Giorgia Cerruti ha portato a compimento nella sua direzione d’attore. Sono alcuni  elementi perseguiti con rigore: le decisa piega antinaturalistica nel gesto, nell’inflessione vocale e nel movimento; lo smembramento della quarta parete, l’assunzione di una vocalità sincopata ed estroflessa e la scrupolosa azione di metrica e melodia sul testo.

Il titolo dello spettacolo suggerisce la dialettica tra la farsa del “Malato Immaginario” e le incursioni biografiche di Molière stesso, il quale alla quarta rappresentazione dell’opera si sente male sulla scena e muore poco dopo. È un crinale che gli attori balzano con agilità, senza rivoli intellettualistici e puntellando lo spettacolo di qualche dettaglio che dichiara l’estraneità rispetto alla vicenda narrata (ad esempio Argan che tiene in mano il testo di Moliére “Il malato immaginario”).  Tuttavia la Piccola Compagnia della Magnolia concentra le sue energie sul lavoro d’attore, sul cesellare il gioco di entrare e uscire dal personaggio. È un guizzo che si sclerotizza, si fa convulso fino a giungere alla riuscita impresa di sbiadire il confine tra il dentro e il fuori della drammaturgia.

Lo scompaginare vertiginoso della cornice di senso apre a strati ulteriori di realtà e si fa metafora non soltanto della biografia di Molière ma anche del teatro stesso, delle sue sempiterne questioni di sopravvivenza, eredità e trasmissione. Un teatro che sembra soffrire di un’ insalubrità paranoide e che, negando la concreta possibilità di riprodursi per amore, decide come e con chi congiungersi soltanto in virtù dal canto di illusorie sirene.

Per fortuna c’è invece chi, come la Piccola Compagnia della Magnolia, insegue testardamente e con risultati carichi di meraviglia l’utopia di un teatro popolare, in grado di volgere allo spettatore la propria artigiana sapienza teatrale. Un teatro come atto d’amore totale e disinteressato.

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