Ritualità black metal e archetipi femminili: le Azdore di Markus Őhrn

4971_azdoraMARTINA VULLO | È un sabato sera e la piccola laterale di Via Nosadella nel centro di Bologna sembra particolarmente affollata. Davanti al Raum – spazio in cui l’associazione culturale Xing ospita svariati eventi legati ai linguaggi performativi del contemporaneo – decine di persone aspettano la performance che sta per realizzarsi.

Dall’ingresso si colgono primi rumori poco identificabili, insieme all’atmosfera sonora realizzata dall’artista noise Stefania ?Alos Pedretti.

Con la sua carica inquietante ed avvolgente nello stesso tempo, la musica è il primo elemento ad agire sensorialmente, facendosi indizio di una ricercata ritualità e dandosi quale elemento unificante di una performance giocata su spazi differenti.

In AZDORA Ritual #11 Glimpses of the side, the trasformation process – azione diretta dall’artista Markus Őhrn – fra un’anticamera semibuia con cuscini, tappeto e panche laterali, dove su un muro è proiettata parte dell’azione, ed una camera avvolta dalla luminosità evanescente di luci blu al neon con un tavolo dalla superficie in vetro al centro, signore di età in abbigliamento di confine fra il folkloristico e il black metal, mostrano agli avventori, le proprie azioni rituali e distruttive.

La performance mescola la matrice archetipica al personale vissuto dell’artista Markus Őhrn, che invitato a partecipare al festival di Santarcangelo durante la scorsa stagione, ha dato vita ad un progetto site specific ancora in divenire, nel quale sulla suggestione di una conversazione avuta con la nonna prima che venisse a mancare, ha trasformato il suo rimpianto per una vita spesa nel dare e poco dedita se stessa, in azioni di “affrancamento”, da destinare a signore che incarnano in Emilia Romagna la matriarcale figura archetipica dell’Azdora: simile per il ruolo di sostentamento alla famiglia, a questa donna di un piccolo paesino del nord della Svezia.

Tutto è giocato in un crescendo di energia. Da atti insoliti, come la costruzione di frustini con gommoni ritagliati e canne (che conservano comunque in sé l’impronta di una manualità familiare alla quotidianità di queste signore, abili ad esempio nella cucina tradizionale) si giunge ad operazioni progressivamente più feroci e distanti dalle loro consuetudini.

D’impatto è l’ingresso dello stesso Őhrn in veste nera (presto strappata) e calzamaglia in testa, che legato al tavolo dalle azdore, si trasforma nella vittima sacrificale di una flagellazione subita sulla carne viva. Altrettanto forte l’immagine del corpo dell’artista che si fa cavia per gli esperimenti da tatuatrici delle abili signore (pare che queste, fra pistole d’inchiostro indelebile e disinfettanti, abbiano già avuto modo di cimentarsi durante il festival di Santarcangelo, dove hanno oltretutto praticato un laboratorio di growl, col quale ora si armonizzano alla musica di ?Alos). “Azdora Dai” è la frase continuamente ripetuta, oltre che il tatuaggio indelebile stampato sulla pelle di Őhrn.

Certo non accade tutti i giorni di vedere delle signore mascherate in stile Kiss, salutare i propri spettatori con il gesto metallaro delle corna. C’è stato di che sorridere, ma con una certa ammirazione per la voglia di mettersi in gioco di persone, che malgrado l’età e la distante impronta generazionale, hanno reso questo momento ludico e trasgressivo, un’occasione per ritagliare uno spazio per se stesse.

Per quanto, finita la performance, le osservazioni del pubblico (numeroso e molto riflessivo) si siano focalizzate per lo più su questo mettersi in gioco delle signore, la storia della performance art ci insegna (e penso alle azioni di Gina Pane o a quelle della Abramovic), che per quanto portatore di uno specifico significato, un corpo esposto e dolorante sulla scena inevitabilmente spiazza.

L’azione si rivela allora, in particolare nei momenti più crudi, di forte impatto per la sua autoreferenzialtà e il piano sensoriale e quello razionale si intrecciano reciprocamente dando vita a fruizioni differenti e ad altrettante occasioni di confronto.

Un elemento comune però resta: è la curiosità di conoscere le successive evoluzioni dell’azione, nella prossima edizione del festival di Santarcangelo.

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