Due donne che ballano: Paiato e Scommegna all’ultimo valzer

DUE-DONNE-CHE-BALLANO-Arianna-Scommegna-Maria-Paiato-OK_DSC9715-B-phMarinaAlessi-e1448380106886.jpgMILENA COZZOLINO e RENZO FRANCABANDERA | RF: Si sente proprio il bisogno di ripartire dal testo di Josep Maria Benet i Jornet per ragionare lucidamente su Due donne che ballano, produzione del neonato Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano, affidato alla regia di Veronica Cruciani e interpretato da Maria Paiato e Arianna Scommegna. Leggiamo il testo del drammaturgo e sceneggiatore nato a Barcellona nel 1940 nella nuova traduzione dal catalano di Pino Tierno, edita da Cue Press nel 2015. In un interno deteriorato che la didascalia dell’autore indica come scena, due donne di cui non verrà mai citato il nome, si scambiano una fittissima serie di battute. Il dialogo è serratissimo; poche pause di respiro, che poi sono il non detto inesprimibile ed inespresso, segnato da punti di sospensione. Passaggi di tempo indefiniti, ma intuibili, tra interminabili giornate di silenzio e incontri scontrosi di due solitudini diversamente ciniche e dolenti, delineano i contorni di una vicenda che consuma la sua tragicità nell’indifferenza del mondo esterno.

La drammaturgia indaga la relazione quasi accidentale tra due donne, una che ha già raggiunto la terza età e l’altra più giovane, alla quale è stato affidato il compito di farle compagnia e di accudirla due volte a settimana. La prima vive in un appartamento cadente, da sola; ha un figlio che ama, ma che sente di rado e una figlia di cui non si fida, che cerca di prendersi cura di lei; si definisce cattiva perché ha fatto rinchiudere la madre in una residenza per anziani quando si è ammalata di Alzheimer, ma non tollera che il suo destino possa essere il medesimo; rievoca con orgoglio le sue battaglie femministe e parla con disprezzo del marito defunto; riserva un po’ di tenerezza solo al suo io bambina, con la quale parla, talvolta, per consolarla; colleziona con passione maniacale vecchi giornalini e risparmia per fare un viaggetto a Parigi; “vorrei morire” dichiara al pensiero che sia ormai diventata incapace di badare a sé. La donna più giovane fa la badante per tenere impegnata la mente; è laureata in lettere e fa qualche lezione in una scuola; una tragedia del passato l’ha resa diffidente nei confronti degli uomini (“tutti gli uomini sono bastardi”, dirà) con i quali non riesce più a stabilire relazioni; non ha più amici; non ha più sogni, né paura della morte ; lentamente arriverà a rivelare il suo dolore alla vecchia signora, ma non a liberarsene; “vorrei esser morta”, confessa alla fine della sua rivelazione.

MC: Ma è l’inizio che disorienta, almeno da un punto di vista teatrale. Il racconto scenico parte immediatamente con un litigio furibondo, di cui da subito è sconosciuta la motivazione. E in effetti, motivazione non c’è: le due donne si conoscono solo in quel momento e si sono antipatiche, a pelle. La Scommegna, interprete della badante sui generis, laureata e colta, fa trasparire nel suo portamento la compostezza di un pesante disagio esistenziale, nell’incontro con l’altra donna, quella più anziana interpretata dalla Paiato, ritrova subito una strana tensione, che adombra una vicinanza caratteriale e forse anche emotiva. Ed è su questo spiraglio di confronto, sulle note alte dell’incomprensione che il rapporto tra le due piano piano si scioglie, nel susseguirsi dei quadri scenici, la vicenda le pone a confronto, le loro spigolosità si riconoscono e il gelo della casa, inospitale come il cuore delle due donne chiuse ognuna nel proprio spaccato di solitudine, diventa più confortante. I litigi non si placano, ma in essi vengono fuori i loro mondi: la donna anziana, di cui i due figli non possono – ma soprattutto non vogliono – occuparsi, dedica tutte le sue sollecitudini a quella strana collezione di “giornalini”, che campeggiano nella libreria che si staglia sul fondo della scena, quelli che da piccola i genitori non le compravano mai e che le prestava invece una sua amica. I giornalini sono per la donna tutto il suo mondo, quello che le è passato tra le mani e che non ha potuto afferrare, e ora non desidera altro. Appare quasi famelica nella ricerca dell’ultimo numero: la Paiato disegna il personaggio nelle sue sfumature più contraddittorie, fatte di impassibile crudeltà e al contempo di attenzione per chi le sta intorno, qui la curiosità morbosa verso il prossimo assume i contorni di una sollecitudine etica. Avvolta in una ostinata chiusura che somiglia ad un abito da lutto, la donna più giovane è vittima di provocazioni feroci alle quali risponde con una ancora più ostinata chiusura simile ad alterigia, fino alla confessione finale, nella quale le due si scoprono compagne di viaggio entro l’ultimo scorcio della loro vita.

RF: Come tanti altri dei personaggi di Benet i Jornet, infelici o crudeli per la violenza o l’indifferenza del mondo esterno, le due donne sono esseri umiliati e testardi, irritanti o ridicoli, stupidi, così si definiscono o sono stati da altri apostrofati. Eppure con straordinaria, superiore autoironia e dignità, scelgono di concludere la loro storia sfuggendo a questi condizionamenti e si accompagnano e si sostengono reciprocamente nell’ultimo definitivo ballo. E’ quasi un topos letterario dell’ultimo periodo teatrale, e il finale non può che portare alla mente il lavoro di Deflorian/Tagliarini Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. Lì le donne decidono per il finale tragico per protesta contro la società, come estrema forma di opposizione, ma anche come atto di presenza sociale. Qui invece il finale tragico ha i canoni della piccola festa, della liberazione dalle angosce del vissuto.

MC: È però una visione del tragico che supera il tragico, quella che emerge dalla fantasia dell’autore catalano, che ci presenta due modelli di donna nei quali si sente solo l’eco degli archetipi femminili, di quella potenza sovversiva in quanto totalmente emotiva delle eroine antiche. Si sente l’eco delle voci di Antigone, di Medea e soprattutto di Elettra, di quel modello di femminilità negata e rifiutata. La scelta finale, la lucidità di quella scelta, ci trasporta in prossimità di una femminilità moderna, in cui si fa strada una razionalità crescente: la scelta finale è in fondo una scelta di consapevolezza, non un ineluttabile destino, ma una chiara volontà; un viaggio che le due donne decidono di fare insieme, non più in solitudine, ma accompagnandosi l’una all’altra, proprio nel momento in cui si sono trovate e scelte come compagne di quest’ultima avventura.

RF: In sintesi, direi che le due attrici generose si muovono con intelligenza dentro il realismo cui la Cruciani negli anni ci ha abituati, ma che forse in questo caso poteva cercare qualche scappatoia per evitare di appoggiarsi al testo che già di suo tende all’ampio dettaglio. La scelta di intervallare il tempo fra un incontro e l’altra delle due con dei giochi luce di buio accompagnati da inserti musicali di tono melodico appare la scelta più esile dell’impianto spettacolare, che per il resto ruota attorno alle due interpreti.

MC: Sono le due attrici a caricarsi sulle spalle il senso delle rappresentazione e in fondo lo spettacolo appare legato, sin nella sua concezione, in maniera inscindibile ai nomi delle pluripremiate Maria Paiato e Arianna Scommegna che, assolutamente all’altezza dell’operazione che unisce i loro nomi a quello della regista Veronica Cruciani e dell’autore straniero Josep Maria Benet i Jornet in una confezione teatrale ben spendibile, restituiscono un buon portato di bellezza ad una messinscena che non lascia però trasparire una sincera esigenza teatrale.

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