Il Dostoevskij di Loris: gravitazioni spazio-temporali tra memoria e sogni

RONotti biancheBERTA ORLANDO | E se per una volta smettessimo di sognare e provassimo a vivere nella realtà?
Questo proposito accompagna i due protagonisti de Le Notti Bianche di Dostoevskij, Nàstenka e il Sognatore, interpretati rispettivamente da Camilla Pistorello e Massimo Loreto in questo adattamento per il teatro che porta la regia di Lorenzo Loris in scena all’Out Off di Milano.

Ancor prima dell’entrata in scena degli attori, la battuta iniziale dell’opera compare sullo sfondo: “Era una notte meravigliosa, una di quelle che possono esistere solo quando siamo giovani”. Così entriamo nell’atmosfera notturna, onirica di questo romanzo sentimentale del 1848. E così apre lo spettacolo Massimo Loreto: con un monologo che ci conduce nella dimensione del ricordo.

La luce (se ne cura Alessandro Tinelli) è fievole. In scena, due panche e una ringhiera bianca ricreano il lungofiume di San Pietroburgo. Altro elemento scenografico (Daniela Giardinazzi) è una porta a vetri sospesa, probabile simbolo del passaggio continuo tra realtà, sogno e ricordo a cui assisteremo. Si susseguono, in proiezione sullo sfondo, delle immagini in movimento, un po’ sfuocate, dai colori tendenzialmente freddi e tenui, tra cui alcune opere di Chagall e Kandinskij. La scelta di artisti novecenteshi per le elaborazioni video (di Lorenzo Fassina), così come quella dei costumi (anni ’30), è un primo segno di dislocazione temporale, caratteristica del lavoro drammaturgico del regista.

Nàstenka e il Sognatore si incontrano e si daranno appuntamento nello stesso luogo per quattro notti (scandite dal suono di una balalaika e dal buio scenico). Si schiuderanno progressivamente, guidati dal bisogno di sopperire alla solitudine che li accomuna e dalla capacità di ascolto reciproco. Parlano entrambi di ricordi e fantasie, chiedendo di non essere interrotti. Le loro storie sono però diverse: lui, prima di conoscerla, viveva e si innamorava solo nei sogni; lei aspetta l’imminente ritorno di un amore lontano. Lui alterna un’euforia quasi infantile, alla malinconica realizzazione e al rimpianto di aver perso anni di vita vera rifugiandosi nei sogni. In lei, è invece  riconoscibile quella scintilla di speranza, tipica di chi attende ancora un cambiamento, un tempo da riempire.

Tra i due attori in scena è palese un consistente divario anagrafico, non certo casuale. Rispetto ad altre trasposizioni teatrali e cinematografiche (le più famose quelle di Luchino Visconti e di Robert Bresson), Lorenzo Loris sceglie un attore 65enne per il suo Sognatore. Una proposta certo innovativa, che rivela con efficacia una diversa chiave di lettura del romanzo. Tuttavia, l’intenzione del regista non appare chiara fino in fondo, se non a seguito di un approfondimento che esula dalla pièce, come quello cui si dà luogo ad esempio nel foglio di sala. Massimo Loreto interpreta il narratore anziano che ricorda gli incontri con Nàstenka, ma anche lo stesso protagonista di quelle notti. Viene quindi da chiedersi quanto tempo sia trascorso tra il presente e il passato e in che momento storico si collochino le scene a cui assistiamo. Si potrebbe pensare che il Sognatore si sia innamorato della giovane donna in età già matura, ma questa ipotesi calca il distacco tra i due, già ben reso dai loro differenti piani emotivi e dalla recitazione dei due attori, che apparentemente (o volutamente?) stentano a trovare una vera sintonia. L’enfasi affannosa di Loreto si scontra con l’energia altalenante della Pistorello, poco incisiva nella relazione con lui. La conseguenza è una crescita incostante della tensione, che non consente di affondare a pieno nella drammaticità del testo.

Considerando questi aspetti, e nonostante un monologo finale ben posto in evidenza nell’equilibrio complessivo della riscrittura, ed esempio letterario di profonda drammaticità (oltre che momento di maggiore intensità interpretativa di Loreto), lo spettacolo lascia una certa sensazione di incompletezza e l’impressione che, rispetto all’apicalità letteraria ed emotiva del testo di riferimento, potesse esserci ancora di più da vedere.

Comments

  1. rem tene, verba sequentur. Brava bobby!

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