Sull’impossibilità d’esser(ci) al Mondo. L’Isolotto di Virgilio Sieni

ANGELA BOZZAOTRA | Immaginiamo di percorrere le tappe di questo assolo, l’ultimo sinora firmato dal coreografo, autore e interprete Virgilio Sieni. Ad una figura incamminatasi per una strada asfaltata appare una rivelazione improvvisa, tra i fari delle auto e i neon delle insegne. Poco dopo s’imbatte in un pericolo e si volta, dandosi alla fuga.

isolotto-foto-di-Chiara-Ferrin.jpgIsolotto rimanda dunque ad un paesaggio urbano, deve di fatto il suo titolo al quartiere omonimo di Firenze dove è nato e vissuto l’autore. È un luogo della memoria, uno spazio mentale nel quale coabitano le immagini traslucide di cementi solcati, una parte di quell’arcipelago sommerso costituito da ricordi e fantasmi che fa parte del passato e rivive nel presente in qualità di traccia.

Subentra una una stasi apparente, dove il danzatore affronta una sensazione di impotenza e frustrazione rimanendo bloccata in un’attesa nervosa. Dopo aver girato su sè stesso, senza sosta, come in un gioco, il danzatore necessita di raccoglimento, e inzia a dondolarsi, in una trance ipnotica, sciamanica. Al termine di un oscillamento da sonnambulo, sulla soglia del salto nel vuoto, il corpo articola nuovamente delle sillabe coreografiche, balbuzienti e mozzate, per quello che si determina come un nuovo inizio.

Il danzatore pur trovandosi nel “qui e ora” dell’evento scenico, rimanda a una figura umana che deambula senza rotta in una zona urbana al confine città – periferia, galleggiando su una sorta di ponte invisibile costruito sull’indecidibilità tra comando e perdita di controllo delle terminazioni nervose. Grazie all’attivazione di un cortocircuito che rende la macchina e l’animale inquietantemente simili, la spina dorsale inarcata senza alcuna direttiva intenzionale è associabile all’accensione di un dispositivo elettronico. Così come l’elettricità anima un oggetto immobile, dal corpo fuoriesce il movimento astratto, attraverso una vibrazione istintuale, in una composizione fatta da innumerevoli gesti, passi e micro-spostamenti.

A piedi scalzi, con indosso una camicia a motivi optical e pantaloni classici, Sieni interpreta le undici sequenze di Isolotto – ognuna corrispondente uno stato d’animo o azione – attraverso una danza che ricerca la purezza del gesto nel liminale, nell’irregolare, nell’essere-fragile. Non restituisce l’assolo del virtuoso, o dell’illustre danzatore che si diletta in prove di abilità; non si autoritrae quale un vegliardo intonso eppure agile e capace di fare belle piroette e disegnare cerchi in aria, bensì appare un adolescente appena fuoriuscito dalla casa dei genitori, in cerca di sé.

Tornando all’infanzia, il danzatore si muove a mo’ di bamboccio, mantenendosi in equilibrio per non piombare al suolo. Ma ecco l’energia sfuggire al controllo: tutto è messo nuovamente in discussione, iniziano a confondersi l’uomo, l’animale e la macchina. Come un cane robotico, a quattro zampe, mima una bestia che prova felicità, esprimendosi in un andirivieni meccanico.

La drammaturgia dell’opera procede dunque per tappe, quale viaggio iniziatico durante il quale Sieni è accompagnato dal chitarrista Eivin Aarset, posto al centro della scena con strumentazione elettronica in bella vista, in una scena nuda, ridotta all’osso.

Giù, nel movimento della discesa, la figura riconquista il controllo e si ricompone ricominciando a camminare. L’assolo inizia ripartendo dal principio;  la differenza è che il danzatore si mescola infine alla platea, e si unisce agli spettatori scendendo dal palco, salvo poi ritornarvi al termine della coreografia.

Come si legge nelle note di sala, Sieni in Isolotto cerca di “dare un contorno a ogni cosa sconosciuta e incompiuta, inseguendo l’unità come principio di ogni cosa”, ma tale premessa agli occhi di chi vi assiste si iscrive come un tentativo; non fornisce risposte, pone altre domande. È possibile dopo l’azzeramento della tecnica, inventare un nuovo movimento? Si può costruire una coreografia prendendo come paradigma l’esistenza umana come fattore instabile?
L’assolo è un’opera di difficile fruizione, in quanto fortemente concettuale, “psichica” la definisce Massimo Marino (http://boblog.corrieredibologna.corriere.it/2015/10/14/isolotto-virgilio-sieni-a-vie-festiva). È come se Sieni, durante la coreografia, si dimenticasse completamente dello spettatore e di essere sul palco, e si immergesse nel mare del suo arcipelago esistenziale, smarrendosi, provando a fuggire da quel luogo della memoria e ritornandoci costantemente, accorgendosi infine di non essere solo. Lo sguardo del danzatore, di fatti, si posa sugli spettatori in pochissimi momenti: al principio, poco prima della Crocifissione e nel finale, costituendosi come indicazione drammaturgica ben precisa. La coreografia è dunque quasi autistica, da intendersi come un autoritratto dipinto dal vivo con l’aiuto di chi la guarda (e paradossalmente con il suo oblìo). Nel microcosmo solitario di Sieni si può abitare grazie a un patto tacito tra danzatore e spettatore, qualora quest’ultimo accetti d’entrare in un giardino segreto perimetrato da occludenti palazzine, luogo per lo più umbratile, illuminato raramente dal sole.

Isolotto – Ideazione e interpretazione: Virgilio Sieni
Musica: Eyvind Aarset, Produzione:Compagnia Virgilio Sieni
In collaborazione con:Emilia Romagna Teatro Fondazione – Visto al Festival Equilibrio di Roma, Febbraio 2016

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: