Il Disagio vola sul palco dell’Atir: da Dopodiché stasera mi butto a Karmafulminien

ROBERTA ORLANDO e RENZO FRANCABANDERA | RF: Una personale, se non fosse che in scena sono almeno in tre: è quella che ha dedicato l’ATIR Ringhiera Milano a Generazione Disagio, collettivo dall’intrigante sapore situazionista-imprò, in ascesa nel panorama dell’ironia teatrale di matrice satirico-sociale. Dopodiché stasera mi butto e Karmafulminien i due spettacoli proposti. Del primo sono autori e interpreti Enrico Pittaluga, Graziano Sirressi, Luca Mammoli e Andrea Panicati, con la regia di Riccardo Pippa, con scene e luci di Margherita Baldoni. Tre individui dal vissuto assai contemporaneo, in quel ventaglio umano compreso fra il precario e lo studente fuori corso a caccia di aperitivi a 10 euro, si giocano, con tanto di conduttore televisivo una partita al gioco dell’oca con tabellone gigante (disegni Duccio Mantellassi e Niccolò Masini) il cui premio finale è la possibilità di farla finita.  S’intende quindi subito la cifra grottesca su cui questo gruppo di artisti, prodotto da Proxima Res, intende lavorare. E questo vale in fondo anche per il successivo Karmafulminien.

RO: Nel secondo i Disagiati in scena sono tre: Luca Mammoli, Enrico Pittalunga e Graziano Sirressi. Tutti coautori, insieme al regista Riccardo Pippa, di questo nuovo spettacolo andato in scena al Teatro Atir Ringhiera dal 23 al 25 febbraio, dopo il debutto del 3 novembre 2015 al Teatro della Tosse (che ne firma la produzione) e dopo le replicherei primo spettacolo.

karmafulminien_20-_20foto_20luca_20riccio_206_20ridIn Karmafulminien – Figli di Puttini, gli attori (s)vestono i panni di tre angeli, che raggiungono il palcoscenico con tanto di valigetta in mano e petardo fiammante nel didietro, pronti a presentare al pubblico i motivi del loro arrivo: “Non siamo i vostri angeli custodi”, spiegano. “Siamo angeli temporanei, angeli muletto, usa e getta, angeli senza impegno, puttane dell’anima”. Un esordio molto trasparente, in tutti i sensi. Sono infatti riconoscibili immediatamente i temi centrali della commedia contemporanea ma della poetica del gruppo, si potrebbe a questo punto dire, ossia la precarietà e la superficialità dei desideri e dei sentimenti dell’uomo moderno, che rendono effimera, in questo spettacolo, l’utilità di queste anime celesti, di conseguenza frustrate. Non si percepisce alcun intenzionale discorso religioso vero e proprio, nonostante qualche riferimento a riti liturgici cristiani, come ad esempio lo “scambio dei cellulari col vicino di posto”, che richiama lo “scambio del segno di pace”, ma che vuole essere semplicemente una proposta comico-interattiva per invitare il pubblico a spegnere i telefoni (azione simile già presente nel precedente “Dopodiché”). Bisognerebbe sforzarsi per trovare blasfemia nelle battute: errato sarebbe peraltro percepirla nella stigmatizzata mercificazione degli elementi sacri e nel ricorso alla preghiera come mera ricerca di consolazione momentanea, altri temi di questo testo.

RF: Il primo lavoro, pur basato su un canovaccio evidentemente rodato nelle sue parti principali, incorpora una discreta quantità di parti che lavorano sull’improvvisazione e sul rapporto estemporaneo ma vivo fra attori e pubblico. Intere parti (alcune anche un po’ insistite, forse anche troppo) giocano sul coinvolgimento degli spettatori, chiamati al lancio delle palline o a votazioni di sorta, fino al megaselfie finale dopo gli applausi.

RO: Nel secondo abbiamo a che fare con una drammaturgia in cui l’elemento comico, seppur prevalente, lascia spazio a toni aulici e rime ricercate, il tutto sdrammatizzato dall’espressività sempre giocosa dei tre, e dall’accento barese di Graziano Sirressi. E anche qui il pubblico è parte attiva dello spettacolo, che si arricchisce inevitabilmente di improvvisazioni, utili a vivacizzare ancor più le scene. Anche il canto e la danza (un balletto su “La Danza delle ore” di Ponchielli si alterna al Can can, grazie al coraggioso aiuto del coreografo Giuseppe Brancaccio) contribuiscono a “creare empatia”: sotto la guida degli attori, in Karmafulminien la platea diventa un coro che intona il motivo di “Gloria” di Umberto Tozzi (per restare in tema). A questo punto, la quarta parete è già un ricordo e i tre Angeli, in completa sintonia con spettatori incuriositi e divertiti, iniziano ad assorbire i pensieri negativi che captano intorno e a renderli pubblici, generando una spassosa sequenza di resoconti attualissimi di crisi esistenziali e sentimentali. Interessante anche l’uso (simbolico?) dello specchio per illuminare i volti degli “smascherati” in sala. Questo processo culminerà con la scelta di una persona da portare sul palco, così da poterle donare “La Cura” (in sottofondo l’omonima canzone di Battiato).

RF: Nel complesso un esito piacevole, che può ancora crescere nella misura e nell’equilibrio fra le parti, evitando di appoggiarsi troppo sul gioco con il pubblico, che per un verso garantisce il quasi certo gradimento finale (e quindi il sempre utile trend riempisala, specie in tempi di crisi), e per altro fa restare in agguato il pericolo di dare a questo elemento un peso poi eccessivo nella fase creativa e di ideazione, puntando sul “ritmo”.

RO: E il ritmo è serrato, le battute sono distribuite con equilibrio tra gli attori, che sembrano passarsi una palla carica di energia senza farla mai cadere. Un po’ quel che accade nella loro partita di volàno, (altro momento di distrazione dai mali dell’anima), in cui il costume fatto di piume che copriva solo le parti intime, viene sostituito da una più adatta gonnellina da tennista (se ne cura Daniela De Blasio). Le tre capanne che compongono la scenografia di Anna Maddalena Cingi, che cambiano colore e illuminano il palcoscenico, diventano all’occorrenza dei camerini retroilluminati per mostrarci le silhoutte degli attori durante i cambi costume. La Compagnia ha evidentemente ricercato una continuità drammaturgica e tematica fra i due lavori.

RF: Ma mentre il primo, pur nelle risate generali, si conclude con un giocoso suicidio, quindi con uno sfondo fosco per il nostro tempo…

RO: ….il secondo si conclude con tre preghiere, che ritraggono le speranze di tre stereotipi della nostra società. Una parodia in rima che potrebbe rivelarsi anche solenne, se non fosse per i costumi eccentrici e per gli argomenti toccati: all-you-can-eat, vita notturna, selfie.

RF: Insomma si ride, anche se da ridere c’è poco, sembrano dirci gli autori. Potremmo parlare di una poetica generazionale, liquida, fatta di una parola spontanea e colorita, a volte anche spontaneamente e volutamente volgare, quasi a segnare una cesura con quel teatro più poetico e impostato ma distante dal linguaggio utilizzato nella vita di tutti i giorni. Qui invece è il fuori che invade il dentro, è il quotidiano della generazione del disagio, della precarietà, quella che ha poco da ridere ma che è meglio che la prenda a ridere, che va al potere (almeno finché non si riaccendono le luci in sala): un tipo di creazione che, soprattutto su un pubblico generazionalmente coerente, trova riscontro.

RO: Si ride per un’ora, ma con un retrogusto amaro. Generazione Disagio porta in scena una comicità senza filtri, spontanea quanto intelligente e accurata. Un’accuratezza che sembra essersi creata durante la costruzione dello spettacolo, non premeditata, proprio perché mira a conservare una piacevole spontaneità.

RF: E questo è l’aspetto più rimarchevole, ovvero la sensazione di trovarsi di fronte ad una pietanza cotta sul momento e non tirata fuori dal surgelatore e messa nel microonde. Di converso sicuramente per il futuro ancor più si può e si deve insistere sull’equilibrio degli ingredienti, per raffinare quanto si vuol dire, rifuggendo i luoghi comuni, cosa cui comunque pare venga data giusta attenzione, tenendosi il tutto (per fortuna) ben distante dalla comica di derivazione televisivo-commerciale con tormentoni, slogan demenziali, che in genere non fa mai male e non brucia. Qui si ricerca l’ironia più caustica che viene dal paradosso e dalle contraddizioni delle convenzioni sociali, del mondo del lavoro e delle relazioni interpersonali, senza nemmeno poter aggiungere al piatto, per questi poco più che trentenni, il brodino della nostalgia del piccolo mondo antico. E’ un linguaggio metropolitano, cittadino, post-universitario. Di un post-universitario che può restare tale a vita… Evidentemente qualcosa cui vale la pena dedicare un paio di caustici ed irriverenti messe in scena, ma scansando il secondo possibile e più grave rischio, ovvero che diventi poi la cifra di un’intera produzione. E’ giusto a questo punto andare oltre, rimanendo se stessi, ma giocando sfide via via più complesse.

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