Il corpo dentro la parola e la parola dentro il corpo: Maresco fa rivivere Scaldati

FILIPPA ILARDO| Una profonda affinità elettiva, che passa anche per CinicoTv e le forme e i contenuti del suo cinema, lega Franco Maresco al teatro di Franco Scaldati, con il primo che mette in scena un pastiche ricavato da vari testi del drammaturgo palermitano tra cui La notte di Agostino il topo, Totò e Vicé. Dopo avere diretto Lucio, sempre per il Biondo nel 2014 e il documentario “Gli uomini di questa città io non li conosco”, che ripercorre didascalicamente la vita e l’attività artistica del teatro del sarto, Maresco ora sembra essere più libero e istintivo nel mettere in scena vari frammenti dell’immenso corpus letterario, legati l’uno all’altro con ritmo e misura (complici le musiche di Salvatore Bonafede) in apparente controllatissimo caos, creando una prosodia che apre varchi e connessioni, traccia isomorfie ipertestuali, armonizza gli elementi dell’immaginario scaldatiano (iconico, visivo, sonoro, verbale).

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A dare un’impronta autentica allo spettacolo contribuisce Melino Imparato, erede storico della Compagnia di Scaldati, che riesce a sintetizzare, nel fisico e nella voce, nell’incedere e nelle minime contrazioni della sua muscolatura, l’universo del sarto, un universo equidistante dal cielo e dall’inferno, dal sacro e dal dissacrante, dalla materia e dallo spirito, dal sogno e dalla realtà.

E se la sua bravura è misura di una forma di teatro, quella che usa la voce come strumento, che trascina il corpo dentro la parola e la parola dentro il corpo, non sono certo da meno gli altri due attori di Tre di coppie, Gino Carista, incredibilmente abile a parlare senza voce e senza parole, nella parte del muto, e Giacomo Civiletti, stupefacente uomo-gatto in duetto con Melino Imparato, uomo-topo. Ma, come è tipico in questo teatro, i ruoli e le maschere sono intercambiabili, incarnano il principio giocoso-eversivo della vita, con il loro diritto di iperbolizzare, parodiare, schernire, scimmiottare.

Sovrastati da una candida luna su cui, come sogni, si proiettano le immagini, emergono da un nulla abissale e apocalittico solo delle teste, voci dal sottosuolo di angeli-demoni che battibeccano sull’organo maschile, feticcio dionisiaco, irriverente, volgare, che assurge a simbolo di un’umanità vista con la lente deformante dell’iperbole, che nella bassezza dell’oscenità scava un valico verso il sublime.

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Nel loro dialetto arso, viscerale, lirico, impastato di suoni e terra, spuntano le maschere di Totò e Vicé, con le loro incoerenti e infantili domande che svelano e nascondono il senso metafisico dell’esistenza, aprendo un varco verso il non-senso che è anche un varco verso un altro livello di consapevolezza.

I due clochard vivono il gioco e giocano con la vita, sperimentano per la prima volta la fisicità, l’istinto, la materia, il cosmo, si interrogano sulla loro presenza nel mondo, mettendo in discussione la loro stessa natura di esseri umani: a dominare è un interrogativo senza risposta, che si sdoppia e rimane apertura, ferita, paradosso. La comicità nasce dal fallimento della logica comune, dall’aporia con cui è impastata la vita e dall’ilarità leggera che ne scaturisce.  Poesia che si fa stereofonia della carne e che si tappezza di pelle, parola prima della parola, come nella filastrocca Peri piru, peri paru, che nel corpo marionettistico e nella voce cadenzata di Melino Imparato diventa refrain vivente, musica verbale, parola che si fa corpo senza passaggio semantico, un gioco ritmico-fonico che è un trascinamento alla deriva della comunicazione teatrale sul filo dell’assurdo.

Personaggi che sono sogni, o sogni di un morto, proiezioni rovesciate di esseri umani che non sapranno mai a quale sfera appartengono, se vivono o sono morti, ma sono capaci di trasmetterci uno spaesamento cosmico verso lo spettacolo metafisico dell’esistenza.

 
Tre di coppie

di Franco Scaldati

adattamento di Franco Maresco e Claudia Uzzo

regia Franco Maresco

regista collaboratrice C
laudia Uzzo

scene e costumi Cesare Inzerillo e Nicola Ferruzza

luci Cristian Zucaro

musiche Salvatore Bonafede

con Gino Carista, Giacomo Civiletti, Melino Imparato

produzione Teatro Biondo Palermo

 

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