Un inferno raccontato dalle Albe: affinché le acque facciano rumore

MARTINA VULLO | Mazara del Vallo è una città situata sulla punta occidentale della Sicilia, nella parte più estrema dell’isola da cui la costa della Tunisia dista meno rispetto all’estremità opposta della regione stessa. Questo fattore ha comportato nel tempo un alto tasso migratorio e ha fatto della multietnicità del territorio, la sua peculiare caratteristica.

L’idea di Rumore di Acque, lo spettacolo andato in scena il 20 Febbraio all’ITC di San Lazzaro, è nata in questo contesto qui, circa sei anni fa, quando le Albe vi sono giunte con la Non Scuola: una delle due anime della compagnia, che viaggiando in parallelo a quella del lavoro di ensemble, si occupa di progetti pedagogico-teatrali per i ragazzi delle scuole.

Nella turistica zona di porto però, mentre si tenevano le attività di laboratorio, i giornali riferivano quotidianamente di migranti clandestini annegati fra le acque e lo facevano attraverso comunicati brevi e impersonali, che negavano a quella gente la dignità di un nome, di un volto, di una storia.

Nomi, volti e storie sono diventati allora in Rumore di acque l’oggetto del racconto di una figura monologante.

rumoreIl personaggio in scena è un grottesco generale (Alessandro Renda) dagli occhiali da sole scuri e una divisa con medaglie ciondolanti, che ne accompagnano ogni passo.

Il suo è un lavoro di interpretazione, spiega impugnando l’asta del microfono: un mestiere ingrato! Nel paesaggio lugubre e infernale – reso con fievoli luci e delle pietre laviche disposte sul pavimento a formare una spirale – si occupa infatti della catalogazione di imbarcazioni clandestine affondate in loco. Una musica di fisarmonica, interviene di tanto in tanto ad accompagnare la sua voce afona e inquietante.

L’inferno senza luce accoglie tutti. I cadaveri sono descritti come ammassati gli uni accanto agli altri e di alcuni ormai non se ne riconosco più i tratti. Sono soltanto numeri, che proiettati sulla parete frontale, si fanno sempre più importanti. “Non identificato” è la dicitura con cui spesso il generale li accompagna.

Ma ogni tanto a questi numeri associa anche delle storie: parlano di gommoni affondati perché meno capienti rispetto al numero delle persone che ci viaggiavano sopra, di gente affamata e con una vita indegna, che ha sacrificato ciò aveva in cerca di qualcosa di migliore. Storie di madri e padri che hanno affidato i propri figli a chi gli ha garantito il successo di una traversata, salvo lasciarli poi annegare fra le acque, tuffandosi dopo trecento metri per ritornare con i soldi a riva.

Qualcuno ad arrivare per lo meno ce l’ha fatta, come la piccola ragazza impavida che ha nuotato con forza fino alla terra ferma. Appena arrivata pur di mandare soldi a casa, si è messa a servizio di un vecchio di ottant’anni… anche per fare “quelle cose li!”

Alla narrazione tragica si intrecciano elementi di ironia, che insieme al timbro usato dal generale, producono nello spettatore l’effetto di uno straniamento.  Eppure il personaggio inizialmente freddo e preso da sé, si mostra capace anche di grandi scatti di rabbia e di trasporto.

Di forte intensità è il momento in cui, con tutta la potenza della voce e con un’espressività che emerge malgrado gli occhiali neri, se la prende con i pescecani che ogni giorno mangiano la carne a quella gente.

Una metafora di cannibalismo estremamente attuale, perché in fondo la storia che la pièce racconta, sconfina qualsiasi tempo e luogo. Penso allora al ragazzo afgano che nel recentissimo Vangelo di Delbono ha parlato della propria traversata clandestina, la cui testimonianza era talmente conforme a quelle a cui si è ispirato Rumore di acque, da sembrare farne parte.

Nello spettacolo di Delbono ad anticipare quella testimonianza, c’era una nota frase delle scritture: “non gettate le vostre perle di fronte ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarli”.

Se porci e pescecani ci sono sempre stati e probabilmente sempre ci saranno, è importante pensare che anche grazie all’impegno di certo teatro, che imperterrito e fiducioso continua a offrire le sue perle, oggi se non altro quelle acque fanno più rumore!

Rumore di acque: uno spettacolo di Marco Martinelli 
ideazione Marco Martinelli, Ermanna Montanari 
regia Marco Martinelli 
in scena Alessandro Renda 
musiche originali Guy Klucevsek
spazio e costume Ermanna Montanari 
luci Enrico Isola
tecnico del suono Fabio Ceroni

Visto Sabato 20 Febbraio. ITC di San Lazzaro

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