Il girotondo di Carlo Cecchi: Shakespeare in rime e musica

ROBERTA ORLANDO | Non capita spesso di entrare in teatro, alzare gli occhi e vedere un palcoscenico spoglio da oggetti di scena. A destra e a sinistra, tre musicisti con strumenti a percussione e tastiere (Luigi Lombardi D’Aquino, Alessandro Pirchio e Federico Occhiodoro), si apprestano a suonare dal vivo le partiture di Nicola Piovani (premio Oscar per la colonna sonora del film “La vita è bella” di Benigni – 1999). Sarà forse un concerto? Anche!

La prima azione scenica, è infatti affidata a Dario Iubatti, (anche assistente alla regia), che nei panni di Feste il Buffone, suona il clarinetto. “Se la musica è il cibo dell’amore, continuate a suonare”. Questa la battuta di apertura, con cui il Duca Orsino (Remo Stella) mette in luce i due elementi chiave dell’opera: la musica e l’amore.IMG_0718-1030x686

Con La Dodicesima Notte, il grande Carlo Cecchi affronta nuovamente Shakespeare, dopo aver lavorato durante la sua lunga carriera a La Tempesta, Amleto, Sogno di una Notte d’Estate e Misura per Misura. Lo spettacolo debutta nel 2014 e gira in tournée tutta l’Italia, fino ad arrivare al Teatro Franco Parenti di Milano (in scena dal 26 febbraio al 6 marzo).

Dodici attori in scena, compreso lo stesso Cecchi, danno corpo all’energia e alla vivacità di questo testo del 1601, caratterizzato da continue variazioni di linguaggio e da un alternarsi  di elevatezza e comicità, talvolta grezza. Il conflitto tra i personaggi è tenuto in vita con maestria e la relazione tra loro è intensa e palpabile in ogni scena. Tra i giovani interpreti, tutti pregevoli, è d’obbligo menzionare Eugenia Costantini (Viola), attiva soprattutto nel cinema e nella televisione e parente di Elsa Morante che fu grande amica del regista, e Loris Fabiani (Sir Andrew), che negli ultimi anni ha collezionato diversi successi (ricordiamo History Boys di Bruni/De Capitani e Pornografia di Ronconi), nonché il Premio Ubu 2011 come miglior attore under 30. È lui il vero protagonista del plot comico di questo spettacolo.
Plot comico che, come dicevamo, si alterna a quello più sentimentale e poetico, non senza intersezioni, concesse soprattutto da personaggi come Feste e Malvolio, il maggiordomo di Olivia (Barbara Ronchi). Il Malvolio di Strehler (1950) era impersonato dal buon Gianni Santuccio; in questo caso se ne fa carico proprio Cecchi, caratterizzandolo di ironia, follia velata e di una voglia di protagonismo che ha molto del reale. Nel lungo monologo in cui il maggiordomo legge la lettera scritta per lui per burla, Cecchi è da solo in proscenio, rivolto al pubblico, e ci sembra di percepire il godimento di quel momento attoriale tutto suo, che è lo stesso del personaggio che interpreta.

Un’analogia tra questo lavoro e il precedente Sogno del regista, oltre alla scelta di giovani attori, è la traduzione di Patrizia Cavalli, una poetessa che ha fondato la sua produzione sull’uso di una metrica tradizionale applicata a un lessico molto attuale. Come ci ricorda Cecchi “non si recita Shakespeare, ma la traduzione di Shakespeare”. Per questo, il contributo della Cavalli risulta fondamentale per l’ottima riuscita di questa commedia, in cui molte scene si concludono in rima, in cui si parla d’amore con la solennità e l’eleganza che il testo suggerisce, ma con un linguaggio tuttavia riconoscibile, senza orpelli innecessari. Si dà spazio anche agli accenti dialettali (milanese, napoletano, siciliano) di alcuni dei personaggi comici.

I costumi di Nanà Cecchi sono un altro omaggio alla raffinatezza della pièce, tuttavia non costituiscono un elemento indispensabile all’eccellente resa scenica, bensì un gradevole plus.
Una serie di scelte più che consone a rendere vivo questo spettacolo corale, sempre in movimento e in luce, anche nel senso più “tecnico”. Non c’è buio nei cambi di scena, ma solo musica e spostamento, all’occorrenza, di oggetti scenografici. E il pubblico assiste anche a questo.
L’utilizzo di un girevole sul palco, già presente nel Sei Personaggi in cerca d’Autore di Cecchi, conferma l’intenzione del regista di abbattere la staticità e la monotonia. Un elemento in fin dei conti semplice, che richiama il “cerchio di legno” che il Bardo menziona nel Prologo dell’Enrico V, e che sostiene gli spettatori nel “mettere in moto la propria immaginazione”, rendendo vivi gli inseguimenti, i mutamenti di identità, gli incontri (come il momento in cui Viola e Sebastian si ritrovano, increduli, dopo la loro presunta morte).

Questo spettacolo offre uno spunto di riflessione, o per meglio dire un insegnamento, sul concetto di necessità: non c’è sempre bisogno di esagerazione e trasgressione per rendere attuale (o innovativo: aggettivo molto inflazionato) un testo classico, se alla base la “materia prima” è di ottima qualità.

 

traduzione di Patrizia Cavalli
regia Carlo Cecchi
con Carlo Cecchi, Daniela Piperno, Vincenzo Ferrera, Eugenia Costantini, Dario Iubatti, Barbara Ronchi, Remo Stella, Loris Fabiani, Federico Brugnone, Davide Giordano, Rino Marino, Giuliano Scarpinato
musiche di scena Nicola Piovani
musicisti Luigi Lombardi D’Aquino, Alessantro Pirchio, Federico Occhiodoro
scena Sergio Tramonti
costumi Nanà Cecchi
disegno luci Paolo Manti
produzione Teatro Franco Parenti/Marche Teatro

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