Questo marasma chiamato “Europa” : il Candide di Ravenhill secondo Fabrizio Arcuri

ANGELA BOZZAOTRA Un pastiche di commedia e tragedia, dunque una farsa agrodolce, l’ultimo lavoro di Fabrizio Arcuri presentato al Teatro Argentina di Roma, basato sul Candide di Mark Ravenhill. La rilettura (che serve solo da base) dell’omonimo racconto filosofico di Voltaire ha lo scopo di corroborare la critica all’ottimismo e al buonismo che caratterizzano la società contemporanea.

Primo strato: una cortina fumogena di positivismo e di benessere apparente. Secondo strato: una rimozione forzata degli istinti arcaici. Risultato: una società fondata su un’impostura, una solenne presa per culo neo-fascista che si avvale di mezzi sottili per una propaganda di inebetimento. Tra social network, campagne di marketing e manipolazione delle categorie cognitive, le conseguenze più atroci di questa an-estesia delle coscienze sono il disastro ambientale e l’individualismo accentuato. Quest’ultimo porta da un lato, le nuove generazioni a scannarsi in una competizione delirante, dall’altro le vecchie a far finta di nulla mentre ciò che hanno ereditato e di cui avevano il compito di prendersi cura viene dissipato.

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In un panorama devastato dalla mancanza di ideali e di margini di libera iniziativa, Ravenhill, classe ’66, porta alla luce un malessere generazionale che sfocia in un “fattaccio di sangue” – la strage familiare compiuta dalla giovane Sophie – posto quale contraltare dei valori rappresentati dal personaggio astratto di Candide. La regia di Arcuri va di pari passo col testo teatrale; il primo atto ambientato nel Settecento funziona da cornice. In una corte immaginaria si discute in merito al testo di Voltaire, alla compresenza improbabile dei personaggi fuoriusciti dall’opera, ovvero Pangloss, Candide, Cunegonde e altre figure secondarie. Con una mano forte e potenzialmente autodistruttiva (in termini registici), Arcuri sceglie per l’intro un tono volutamente pop e barocco: tra costumi rococò dalle tinte colorate, corpetti e calzature d’epoca, gli attori si divincolano su e giù da un’enorme scala bianca tra una gag comica e l’altra, mentre si susseguono alcune riproduzioni dei quadri dell’epoca, in una drammaturgia fortemente figurativa.

Nel secondo atto, invece, siamo in un hotel – riprodotto con una costruzione in legno molto simile a una gabbia per uccelli – dove una famiglia “anni Zero” apparentemente felice viene sterminata dalla figlia minore; tutti ad eccezione della madre, Sarah, che verrà risparmiata dalla ragazza che si finirà con un colpo in gola. Il monologo di Sophie/Federica Zacchia, che filma con un telefonino lo sterminio in atto, è fortemente drammatico. Suona come un terribile anatema dalla penna di Ravenhill: “Vi è stato dato il pianeta e eravate tenuti a lasciarlo in uno stato migliore. Invece che avete fatto? Ci avete tolto la possibilità di viverci”. Accompagnata dalle musiche composte e suonate al violino da H.E.R. – che esegue una bellissima cover di NoAlarms&NoSurprises, tra le varie -, la rappresentazione si ri-annoda in un terzo atto, il più riuscito assieme al secondo, dove solo quattro attori (Filippo Nigro, Francesco Villano, Lucia Mascino e Francesca Mazza) si trovano all’interno di una scena plastica completamente bianca divisa in due finestre e rialzata rispetto al palco e che funziona anche da schermo. Interpolata da una serie di diapositive e titoli di testa che mostrano alcune scene del crimine, macchie di sangue, e una Londra tempestata dalle insegne di Mc Donald’s, si svolge la vicenda della sopravvissuta Sarah, interpretata magistralmente da Francesca Mazza. La donna discute con un regista, un’impresaria e uno sceneggiatore della possibile messa in scena della tragedia compiuta dalla figlia Sophie, imbattendosi nell’ottimismo teorizzato da Voltaire. Le dimensioni temporali qui si intersecano in un inquietante meccanismo speculare. La società occidentale, in particolar modo i creatori di fabulae, si riunisce attorno ad un evento reale, prelevato come ready made dal più terribile avvenimento (la morte di una ragazza) per intessere una trama; fare spettacolo con l’aiuto di una vis intellettuale.

Quale opera migliore del Candide per giustificare la sopravvivenza all’abisso? Tale domanda resta aperta e introduce a un quarto atto ambientato in una Eldorado immaginifica dove Candide dialoga con gli abitanti demenziali della terra straniera e con Voltaire stesso, interpretato da Luciano Virgilio. Dopo una serie di gag e canzonette, il personaggio settecentesco vola via su una pecorella, come un novello Orlando Furioso di Ronconi, sollevato dalle funi in un meccanismo anti-illusionistico a scena nuda. Dopo  cactus posticci e cavalli peluche, ecco la consueta parentesi pseudo-meta-teatrale dell’ultimo atto, dove in un futuro prossimo, Pangloss è diventato direttore di una sorta di clinica di recupero. Vestiti come in un film di fantascienza italiano di serie B , gli attori circuitano tra la platea mostrando le reliquie di Candide, che si scoprirà ibernato in una capsula. Al cospetto di scene platinate violacee, si svolge l’incontro impossibile tra Sarah e l’imparruccato quarto di bue, al termine del quale fuoriesce da una botola una Cunegonde con maschera posticcia da vecchia, avvolta nella bandiera dell’Europa. Il monologo di Cunegonde/Europa è malamente urlato, e non aggiunge né toglie nulla al discorso drammatico degli atti precedenti; quest’ultimo atto risulta confuso e incerto, non riuscendo ad esprimere la metafora dell’incontro tra l’Europa decadente e l’ottimismo rappresentato da Candide. Il testo di Ravenhill si conclude come una fiction dove i due amanti si rincontrano, lasciando una speranza dove speranza non c’è.

Nel peggiore dei mondi possibili (l’Europa) c’è ancora un paravento tra la crudeltà e la sua messa in scena. Come se non si riuscisse a fuoriuscire dalla trappola secondo cui il meccanismo spettacolare possa, sì, essere messo in discussione dal suo interno, ma che ciò debba sempre e comunque avvenire con quella bonarietà da Ravenhill brillantemente dileggiata.

 

Candide

di Mark Ravenhill
regia Fabrizio Arcuri

traduzione Pieraldo Girotto
con (in o. di a.) Filippo Nigro, Lucia Mascino, Francesca Mazza, Matteo Angius, Francesco Villano, Federica Zacchia, Domenico Florio, Lorenzo Frediani, Giuseppe Scoditti, Francesca Zerilli
e la partecipazione straordinaria di Luciano Virgilio

musiche composte, arrangiate ed eseguite dal vivo da H.e.r.
scene Andrea Simonetti
costumi Fabrizio Arcuri
video Luca Brinchi, Daniele Spanò
live visual Lorenzo Letizia
assistente alla regia Francesca Zerilli
assistente ai costumi Valeria Bernini

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