Chi ama brucia: il processo di reificazione degli individui e il tema dell’altro da sé

GIULIA TELLI e RENZO FRANCABANDERA | RF: Chi ama brucia. Discorsi al limite della Frontiera nasce dal desiderio di Alice Conti di dare corpo e rendere pubblico il materiale della ricerca da lei stessa condotta nel 2012 sul Centro di Identificazione ed Espulsione per stranieri di Torino. E’ un monologo in cui l’artista è in scena da sola, con una serie di oggetti scenici. Il lavoro, prodotto da Ortika, collettivo artistico estemporaneo nato nel 2011 dalla collaborazione tra la stessa Conti (qui ideatrice, regista e performer), Chiara Zingariello (scrittrice, antropologa e drammaturga), Alice Colla (disegnatrice luce), Eleonora Duse (costumista), Greta Canalis (artista e restauratrice di bambole) e Valeria Zecchinato (assistente di produzione). E’ stato di recente in scena al teatro della Contraddizione di Milano.

GT: All’ingresso, le maschere domandano a ciascun spettatore se ha con sè un documento di identità valido e, mentre ancora è intento a frugare nella borsa o in tasca per accertarsi di averlo, gli viene data in mano una pallina da tennis. E’ un simbolo per chi è recluso nei CIE: spesso è l’unico mezzo di comunicazione Ts_Chi ama brucia (4)possibile con l’esterno per chi è rinchiuso nel recinto della discriminazione.

Durante lo spettacolo, sarà chiesto agli spettatori di lanciare queste palline sul palco, in direzione della protagonista, che si riparerà dietro il pannello-grata mobile di metallo polifunzionale dotato di ruote (prima trasformato in scudo, poi in vassoio, e verso fine spettacolo in una sorta di “papa-mobile”) che funge da scenografia insieme a una scrivania posta in proscenio sulla quale ci sono una radiolina, un groviglio di lucine a forma di alberello natalizio, un mazzo di chiavi, dei fogli sparsi e una zuccheriera, usata qualche volta di troppo.
Sul pannello la piantina del Campo e dei suoi spazi nel quale – come afferma l’attrice e drammaturga del lavoro, insieme a Chiara Zingariello, Alice Conti – “le persone vi sono recluse non per qualcosa che hanno fatto, ma per qualcosa che sono”. Al C.I.E. – centro di identificazione ed espulsione per stranieri – “non c’è data di scadenza, imparate ad aspettare”.
In questa apparentemente semplice frase è enucleato tutto il senso del lavoro; il campo è un non luogo che tuttavia serve a creare una categoria di persone da identificare ed espellere: i clandestini.

RF: Dall’ingresso all’espulsione una sospensione del vivere che la Conti vuole trasmettere. La creazione, nel farsi racconto di questa esperienza contemporanea, è infatti un tentativo complesso e polisemico di narrazione civile.

GT: Lo spettacolo è tratto dalla tesi di laurea della giovane attrice e regista e nasce dal dovere di cui si è sentita investita: illuminare gli angoli oscuri della nostra contemporaneità dando corpo a un materiale che ha sentito l’esigenza di rendere pubblico. Il focus centrale della sua tesi è una raccolta di interviste fatte a diversi personaggi, realizzate nel corso della sua ricerca scientifica all’interno del C.I.E di Torino. Dall’insieme di queste interviste nasce un monologo a più voci dove la parola passa dalla Crocerossina, volontaria che percepisce lo stipendio e lavora nel Campo, alla Lady Garante, parodia di una carica realmente esistente di Garante dei reclusi nel centro e che tuttavia, secondo quanto verificato attraverso molte interviste, nel centro non avrebbe quasi mai messo piede.

RF: Dal punto di vista registico il lavoro si avvale di una sorta di occhio interno che è quello dell’artista stessa e dell’occhio esterno di Alice Colla, capace di creare moltissimi ambienti grazie alle sole luci: un risultato davvero notevole e che consente alla Conti di sviluppare una narrazione che comprende e annoda molti temi, da quello dei reclusi a quello degli operatori assunti a tempo determinato in questi centri, al coinvolgimento delle forze di polizia, fino ai rapporti con la politica e il territorio. Insomma veramente tantissimi spunti, forse anche troppi, se si considera che in un’oretta circa di spettacolo si arriva a due tre possibili finali, ciascuno dei quali avrebbe chiuso in modo dignitoso la creazione, che invece un po’ si allunga inglobando forse più di quanto metabolizza.

GT: Il risultato per questa ragione risulta un po’ frammentario e, se l’intento è quello di limitarsi a offrire una oggettività dei fatti senza vittimismo e indignazione, si può dire in parte riuscito, sebbene il rischio sia quello di restituire una verità che resta ben congegnata nelle intenzioni drammaturgiche ma non del tutto capace di prendere corpo sulla scena. Quel corpo che brucia non si vede forse perché non è così immediato riuscire a tradurre nel linguaggio scenico un trattato scientifico, uno studio antropologico senza restare imbrigliato in un’astrazione scenica.

RF: Mi pare una riflessione pertinente, che trova un suo equivalente anche nella parte recitata: momenti alti e ironia riuscita, come quella del playback sulla radio o parte del lavoro sul corpo, ed altri invece di maschera più didascalica e di movimento più scontato. Insomma un mix di buone idee e di cose che una regia esterna e meno “affezionata” al punto di partenza avrebbero potuto pulire con più facilità.

GT: Infatti. Quando l’urgenza di comunicare un’ingiustizia è così forte, così sentita e indubbiamente sviscerata e approfondita come in questo caso dall’attrice autrice, ci vorrebbe forse una regia esterna capace di estrarre da questa matassa palpitante una direzione più chiara, più incisiva e meno spezzata.
Se il ruolo della crocerossina è ben tratteggiato, quello della garante appare essere solo un abbozzo impreciso di un personaggio che ha la pretesa di essere allegorico, ma che finisce per avere troppa poca forza drammaturgica per essere legittimato a esistere sulla scena. La bravura dell’attrice tuttavia distrae dalle incongruenze e tiene viva l’attenzione dello spettatore.

RF: E qui mi fermerei. Con la semplice postilla che i dibattiti conoscitivi sul tema CIE, per carità, mai più senza, però diamo, a chi vuole, la libertà di poter andare senza dover sembrare “unpolite”. Insomma, direi che l’esperienza del confronto post spettacolo che il Teatro della Contraddizione (*si veda commento all’articolo) e l’artista hanno voluto in queste date come un tutt’uno con la replica sia preziosa, ma io di mio penso che occorra una cesura che permetta allo spettatore di adagiare l’occhio sull’arte senza dover per forza razionalizzare con la conoscenza. Insomma bisogna staccarsi un po’ dalle cose, anche da quelle a cui si tiene particolarmente.

GT: Annotiamo, in calce a questo resoconto il fatto che alla prima dello spettacolo, giovedì 3 marzo, la replica è stata preceduta dal toccante reading “Maria, rifugiata politica”, interpretato con sincera partecipazione dalla giornalista Livia Grossi, accompagnata alla chitarra elettrica da Andrea Labanca. La storia di Maria, nome di finzione per raccontare una storia vera, arriva dritta nello stomaco come un pugno che prima ti toglie il fiato e poi ti lascia lì, un po’ tramortito, confuso e incazzato. Un senso di impotenza pervade ad ascoltare la storia, una pedina senza nome gettata a caso sulla scacchiera del potere, dei suoi abusi e coercizioni. Un capitolo di una serie di letture ed incontri che Livia Grossi terrà anche in altri teatri di Milano, come il Franco Parenti a partire dal 24 marzo, e di cui parleremo prossimamente.

SEGNALIAMO SU PAC ANCHE QUESTA RIFLESSIONE DEL 2014 SULLO SPETTACOLO A CURA DI GIULIA MURONI

https://paneacquaculture.net/2014/10/11/chi-ama-brucia-ortika-al-sociale-di-gualtieri/

Chi ama brucia. Discorsi al limite della Frontiera

spettacolo del gruppo teatrale nomade ORTIKA / Alice Conti
ideazione e regia Alice Conti
testo Chiara Zingariello
luci, audio, scene Alice Colla
costumi Eleonora Duse
assistente di produzione Valeria Zecchinato
una produzione TrentoSpettacoli
con il sostegno di Ministero dei beni e delle attività culturali

Comments

  1. Marco Maria Rebecca Linzi says:

    Una precisazione necessaria. Al Teatro della Contraddizione siamo alla ricerca, da diversi anni, di modalità che creino un rapporto/legame tra gli artisti e il luogo che li ospita con lo scopo finale di coinvolgere lo spettatore in modo diverso, crediamo più aperto, per questo chiediamo a tutti gli artisti presenti in stagione un gesto/una domanda/provoca/azione che crei un ponte diretto con gli spettatori prima dell’evento spettacolare. Anche dopo l’evento capita che ci sia la voglia di prolungarlo, di far scendere dal palco/piedistallo l’artista perché possa fondersi con il pubblico, con modalità sempre differenti. Nel caso specifico la chiacchierata con Alice Conti è nata spontaneamente la prima sera ed è stata mantenuta per il resto delle repliche, con l’artista seduta in mezzo alla platea, proprio per consentire al pubblico di violare lo spazio e farsi eventualmente mancare un approfondimento ritenuto non necessario. L’abbiamo portato avanti perchè abbiamo ascoltato le reazioni del pubblico che ha ritenuto importante e a volte addirittura indispensabile questa appendice. Quindi la responsabilità è prima di tutto del Teatro della Contraddizione, poi del pubblico e infine di Alice Conti che si è fatta convincere a rischiare vicinanza e approfondimento. Credo che sia importante per uscire dalle secche di relazioni sterilizzate prendersi la responsabilità di non restare in un luogo dove non si può o non si vuole rimanere, solo per mantenersi politicamente corretti, almeno in teatro dovremmo concedercelo. Ancora di più in uno spazio non convenzionale come il Teatro della Contraddizione.

    • Grazie del punto di vista che ovviamente condividiamo; anche con riferimento all’importanza di un confronto. Battute a parte sul tema del rimanere o meno al dibattito, argomento che potrebbe avere risvolti fantozziani, l’unica questione che come redattore dell’articolo e dell’osservazione specifica (sono Renzo in questo caso) mi preme fare non è tanto il tema dell’approfondimento, che mi pare giusto, quanto proprio il fatto che questo non abbia soluzione di continuità con lo spettacolo.
      Personalmente sento proprio l’esigenza, dopo uno spettacolo, di lasciarlo adagiare nella mia immaginazione senza doverlo razionalizzare, senza dover pensare con canoni altri se non quelli del creativo. Si, vero, magari creando una pausa molta gente andrebbe via, ma quelli che si fermano, magari, sono quelli che hanno un interesse vero a continuare un discorso.
      Penso quello dell’incontro con gli artisti dopo, cosa che è anche capitata da voi in occasione di presentazioni di libri degli autori ecc sia un momento meritorio di scambio e non era sull’approfondimento nello specifico che si soffermava la mia osservazione. Detto questo, ditemi se è il caso si modifichi nell’articolo questa parte.

      • Marco Maria Rebecca Linzi says:

        No, non credo sia il caso di modificare nulla, sono incroci di punti di vista civili e legittimi…non c’è mai in questi casi una risposta/soluzione univoca, siamo esseri complessi con esigenze differenti.

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