Kvetch di Barbaros e Società per Attori: la frammentarietà dell’Io secondo Berkoff

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EDOARDO BORZI | Gelida come i fari freddi che la tengono in ibernazione, rigida nel suo spazio scenico a pianta centrale come i fili che pendono dalla tenda-effetto parete, la sala del teatro CometaOff in Testaccio accoglie sullo sfondo una scritta proiettata “-to Kvetch è un verbo inglese, derivato dallo yiddish kvetshn. Significa lamentarsi, piagnucolare, spesso senza un motivo apparente.”. Una produzione Barbaros in collaborazione con Società per Attori, Kvetch, commedia scritta e diretta per la prima volta nel 1986 presso l’Odissey Theatre dall’artista Steven Berkoff, si impone subito all’attenzione del grande pubblico grazie a un plot ammantato da un realismo magico che realizza un’operazione di destrutturazione della forma mentis rivelando una tensione critica verso l’inettitudine di una generazione alienata: paure, paranoie e strani stati di agitazione sono al centro dell’analisi delle dinamiche psicologiche e delle profonde problematiche relazionali insite nella dialettica sociale.

Un tavolo e cinque sedie intorno, una dispensa sul lato sinistro e in fondo un carrello con un nintendo – segno materiale che ritornerà più volte – bastano per dare all’habitat teatrale le fattezze di una dimora domestica. Qui la commedia prende vita: Donna al capo del tavolo si scioglie in una valanga di fonemi, lei casalinga terribilmente angustiata si dispera per ciò che ne sarà della cena in attesa che torni dal lavoro suo marito. Frank, rappresentante di tessuti, in scena ci entra canticchiante e in apparenza felice dopo una giornata intensa di lavoro. In realtà distrutto e incatenato dalla monotonia abitudinaria della sua esistenza, come un cane al suo vomito, dà ben presto in escandescenze per quel pasto frugale, per quel suo malessere così viscerale. Una serata- e una vita- tanto orrida da doverla condividere con qualcun altro per smorzarne quanto meno una parte del peso oberante. Così tra ritrosie ascose e dissensi esplicitati soltanto agli orecchi del pubblico, ecco presentarsi l’occasione per una cena in famiglia al lume della Menorah: sia dunque su Hal, collega di Frank, da poco divorziato, che ricada la scelta di essere partecipe di questo micro-universo in rivoluzione. A slegare i ranghi familiari – e a liberare gas micidiali – ci pensa a fasi alterne la suocera di Frank, che lui stesso definisce “vecchia maiala”, emblema di una senilità conscia e rassegnata della propria condizione caduca e precaria.
Dunque non solo dialoghi serrati tra i personaggi impregnano l’aria mistica della pièce ma soprattutto i rivoli tragicomici generati dalle eruzioni di coscienza di tutte le dramatis personae, abili nel plasmarsi secondo continui quanto repentini mutamenti di partiture fisiche e linguistiche. Il drammaturgo londinese riesce così a ricreare la dimensione conflittuale della ragione umana dando respiro e azione alle parti più recondite del proprio Io. La coscienza prende voce ed impera sulla scena; non più tacitata nel silenzio cerebrale ma resa viva ed autonoma di liberarsi dalla matrice umana nella finzione drammatica che la rende manifesta mediante una commistione di voci interne ed esterne così elaborate ed accurate da divenire reali.
Fungendo da collante tra un atto e l’altro, il proiettore didascalico si riaccende mostrando sul fondale le immagini pubblicitarie della Nintendo su una tv nazionale americana. Sono gli anni delle prime console e dell’avvento di Super Mario, e, ieri come oggi, la tentazione poi divenuta vera e propria dipendenza dei videogiochi faceva man bassa non solo tra i giovani ma anche tra i più attempati. Questa sarà la chiave di volta con cui si apre il secondo atto: due fari si illuminano, in un gioco di luci congegnato da Marco D’Amelio, su Donna e Frank agli estremi laterali del proscenio come fossero ormai vecchi amanti sul letto distanti in attesa di simulare l’atto sessuale mistificando l’avvenuto distacco spirituale.

“Frank, mi dai un bacio?” chiede Donna sicché quasi senza accorgersene ci si ritrova accompagnati dai suoni- pressoché assenti durante la commedia- digitali del videogioco nei meandri fantastici dell’inconscio di Frank in abiti da Super Mario che vede nella Principessa Peach la proiezione della propria pulsione erotica, se non fosse che a vestire i panni della damigella in rosa non è più Donna ma proprio lo stesso Hal, ben lieto di verificare la fantasia omosessuale del collega.

Il ritmo incalzante e frenetico è imperniato sulle forme vertiginose della drammaturgia, un metronomo impeccabile in grado di scandire i tempi della messa in scena. Come un rilevatore sismico il pubblico oscilla a causa di picchi di trivialità comica attenuati dalla retorica drammatica che diviene sempre più opprimente cosicché la vitalità dei primi atti ben presto però lascia spazio ad una lenta e inesorabile acquiescenza ai meccanismi della commedia. In questo senso sembrerebbe che la condotta registica di Giacomo Bisordi funzioni fino ad un certo punto del plot per poi cadere nella risacca stilistica che travolge la costruzione lineare e pedante della parte centrale dello spettacolo fino a farla affogare.
Un’altra proiezione, stavolta in split screen dove gli attori rilanciano le proprie psicosi, si fa trait d’union segnando l’inizio del nuovo atto. Qui si svolge l’incontro tra Frank e George, squallido squalo dell’alta finanza: i due mossi da reciproco disprezzo sviluppano l’alterco nelle loro elucubrazioni intimistiche. Non c’è possibilità per Frank, di liberarsi dai doveri del lavoro, schiavo dello Stato e delle banche, costretto a rintanarsi in una sordida prigione dove regnano l’antinomia e l’alienazione.

C’è ancora il tempo per una cena romantica – quanto mai scolastica- tra George, terrorizzato dall’incubo dell’impotenza, e Donna, desiderosa di essere amata nuovamente nonostante il suo handicap fisico. Sotto questa luce adulterina la pièce si incammina verso la conclusione segnando il definitivo distacco tra i due vecchi coniugi in favore di nuove conciliazioni sentimentali. Il lavoro degli attori di personificazione è autentico e genuino, se non addirittura la conditio sine qua non del lavoro di tutta la messa in scena. Va dato merito in particolare a Daniele Biagini (Frank), capocomico di indiscusso valore, di aver sguainato dal fodero sì tanto talento da assestare con una giusta e ben calibrata metodica colpi diritti al cuore della platea riuscendo a tenere alto il tasso di qualità artistica laddove l’apporto degli altri teatranti sembra essere meno incisivo. Ora Frank, non più un Kvetch, è pronto a vivere in una nuova dimensione di cattività: accende il Nintendo e si fionda nella finzione eroica di un Super uomo, anzi di un Super Mario.

Kvetch di Steven Berkoff

con Alessandro Averone (George), Daniele Biagini (Frank), Vincenzo Giordano (Hal), Cristina Poccardi (Donna) e la partecipazione straordinaria di Ludovica Modugno nel ruolo de la Suocera. Le scene sono di Paola Castrignanò, i costumi di Anna Missaglia, le luci di Marco D’Amelio.

regia Giacomo Bisordi

In scena fino al 13 Marzo presso il teatro CometaOff

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