Cercasi Pasquale disperatamente: la Fame di Abbiati e Capuano

VALENTINA SORTE |  Prima di rispondere alla domanda – “ma alla fine chi è Pasquale?” – che probabilmente si saranno già fatti tutti, prima-o-dopo lo spettacolo, magari prima-e-dopo, sarebbe utile fare qualche passo indietro e capire chi sono i due personaggi che con fare funambolesco attraversano e abitano la scena in “Fame” (originariamente “Fame. Ma chi è Pasquale?”), quinto appuntamento di Tagadà, la rassegna itinerante organizzata da Ilinxarium nei comuni di Cassano d’Adda, Inzago, Treviglio, Vaprio d’Adda, Fare Gera d’Adda e Lurano.

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Roberto Abbiati, Leonardo Capuano in “Fame”

Anagraficamente le due figure che ora tengono, ora lasciano le redini della vicenda, se così si può definire, sono Roberto Abbiati e Leonardo Capuano. L’uno ha una fisicità e una comicità, sottili e stralunate. L’altro atletiche e mordaci. Si calano nelle vesti di due attori che reduci dal loro precedente lavoro – ovvero “Pasticcieri” – sono alle prese, non senza qualche difficoltà, col “Servitore di due padroni”. Apre infatti lo spettacolo, lo accompagna e lo chiude la rottura con la quarta parete: Abbiati e Capuano srotolano e alternano gag assurde ed estemporanee alla commedia goldoniana, interrompendo-e-riprendendo lo svolgimento del plot, accelerando-e-rallentando in una grande (ma millimetrica) confusione la narrazione della vicenda.
Ma più che una decostruzione del “Servitore di due padroni”, alla Latella o alla Derrida per intenderci, “Fame” è una libera e originale riscrittura della figura di Arlecchino e del suo fantomatico doppio goldoniano, Pasquale. Seppure in alcuni punti dello spettacolo ci siano dei riferimenti espliciti alla vicenda originale e ai suoi personaggi più noti – Federigo Rasponi, Beatrice, Silvio – la scrittura scenica è a maglie larghe, larghissime. Si tratta di un canovaccio (post)post-moderno in cui, tra doppi e doppioni e dell’attore e del personaggio, si finisce col perdersi. Il risultato è proprio quello di seguire uno dei due filoni (i due attori che mettono in scena la commedia e che sragionano) credendolo il muro portante, per poi ritrovarsi tutto d’un tratto nel secondo filone (quello del Servitore) e scoprire che è questo a organizzare la struttura del primo. E viceversa. Il lavoro procede per disattese e finte agnizioni (drammaturgiche).
L’oggetto scenico che meglio condensa questa “modalità” narrativa è forse la giacca che indossano Abbiati e Capuano. Una giacca bislunga che in realtà ne comprende due, una all’estremità destra e una all’estremità sinistra, e che permette ai due attori/personaggi di arrotolarsi e srotolarsi a tutti gli effetti nelle due storie, nei due filoni. Da questa prendono vita i due Arlecchini, l’omonimo antieroe-e-il-suo-alterego-Pasquale, l’Arlecchino-della-commedia-dell’arte e l’Arlecchino-funambolo-che-abita-oggi-la-scena-contemporanea. Non stupisce allora che il palcoscenico di “Fame”, già affollato di oggetti di scena, si riempia di altri doppi o intrusi: da Anna Karenina a Konstantin Stanislavskj, quest’ultimo chiamato dal fondo di un secchio.
Il duo funziona molto bene e regala delle sequenze surreali e gradevolissime. Oltre alla già citata scena del secchio che mette in comunicazione il “mondo di sopra” e il “mondo di sotto”, anche lo scambio di lettere con Pasquale rappresenta un momento forte di tutto lo spettacolo, e la scelta di ripetere più volte la scena oltre ad esaltare la performance attoriale dei due, diventa chiave di lettura dell’opera . Allo stesso modo è sorprendente la capacità di trasformare semplici oggetti di servizio, in pure invenzioni drammatiche, come quando l’aspirapolvere si trasforma nell’abitacolo di un’autovettura o le pinze del tostapane diventano d’un tratto uno strumento di tortura, o la struttura metallica di un ombrello si fa canna da pesca. Tutto “sta a” qualcos’altro.

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Roberto Abbiati, Leonardo Capuano in “Fame”

 

Forse però gli stessi oggetti o maschere che da una parte sono capaci di creare piccoli quadri autonomi, dall’altra rischiano di saturare lo spettacolo e farlo scappare, soprattutto nella prima parte (la più debole). Sicuramente c’è ancora un largo margine di miglioramento in questa operazione di compressione e riduzione, utili a dare un ritmo più univoco e incisivo a tutto il lavoro. Resta il fatto che “Fame” è già capace di interpretare e muoversi in modo innovativo, poco scontato in questo nuovo sguardo verso la commedia dell’arte.

Fame | Abbiati/Capuano
di e con Roberto Abbiati e Leonardo Capuano
assistenza alla regia Lucia Baldini
Produzione Teatro de gli Incamminati e Armunia
Costumi Patrizia Cangiati
Scenografia realizzate nei laboratori di Armunia
Visto al T.N.T. Teatro Nuovo Treviglio

all’interno di Tagadà 2016, rassegna teatrale Adda e Martesana (Ilinxarium)

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