Non aprite quella porta: Paravidino e la paura de I vicini

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MILENA COZZOLINO | Il giallo, a teatro, non ha mai avuto successo. Se si esclude The Mousetrap, il grande classico della Christie che ha raccolto consensi anche sul palco, la memoria teatrale non fornisce esempi di opere riuscite. Il cinema supporta più adeguatamente il genere grazie ai mezzi della fiction e questo vale ancor di più per il Thriller, sottogenere legato al meccanismo della suspance, con cui Fausto Paravidino gioca nel suo I vicini, un lungo divertissement presentato dallo Stabile di Bolzano al Teatro Nuovo di Napoli, dal 16 al 20 marzo.
Sì, perché I vicini non può essere considerato altrimenti. L’autore, atteso come una delle penne più felici della drammaturgia contemporanea, ci conduce in un interno bianco e minimal, l’idea che richiama da subito è che tra quelle pareti possa accadere di tutto. E in effetti tra quelle pareti, Paravidino fa accadere qualunque cosa: dà vita ad una serie di ibridazioni tra i codici del giallo e della commedia psicologica, tra teatro e cinema, generi e sottogeneri: dal noir al rosa.

Tra quelle pareti si svolge anche la vita ordinaria di una giovane coppia formata da Greta (Iris Fusetti) e dal suo compagno, interpretato dallo stesso Paravidino, un Woody Allen nostrano, nevrotico e fobico, sempre in pigiama e dalla mascolinità fragile. Ed è proprio tra quelle pareti che i due scoprono improvvisamente la paura di vedere invasa la loro intimità. Fino a quel momento la porta di casa era stata una soglia invalicabile. La vecchia vicina – la donna anziana che abitava l’appartamento accanto – aveva posto un limite, quando aveva rifiutato di prestare all’uomo lo zucchero per il caffè. Da allora il caffè lo ha bevuto a amaro e addio ai rapporti di buon vicinato. I due si abituano a vivere nel chiuso di un microcosmo, in cui la porta sempre chiusa è sinonimo di stabilità.
Quando l’anziana muore, ad occupare l’appartamento arriva una giovane coppia dalla caratteristiche fisiche e psicologiche opposte a quella formata da Greta e dal suo compagno. Mentre i primi due stanno insieme “di fatto”, i secondi sono regolarmente sposati. Chiara (Sara Putigliano) e suo marito (Davide Lorino) sono visibilmente rappresentanti di un mondo tradizionale, il prototipo di un arcaico ancora e sempre dietro l’angolo (o la porta), fatto di una pronunciata femminilità e di un’altrettanta mascolinità. L’incontro fra le due coppie fa arretrare il mondo della prima verso una dimensione meno sorvegliata. La soglia dell’attenzione si abbassa e quella di casa comincia ad essere attraversata. Così la razionalità si smarrisce e il piano narrativo arretra verso l’onirico. La dimensione teatrale diventa pulsionale e sulla scena si ha la possibilità di materializzare tutto quello che in genere viene taciuto nel chiuso dell’intimità. Conflitti e attrazioni latenti tra le due coppie scoppiano e vengono pronunciati. Questi sconfinamenti aprono la porta ad un universo perturbante. Per cui i due microcosmi familiari finiscono per influenzarsi in maniera strana, come in un rispecchiamento reciproco, quello che accade in un appartamento ha una strana influenza sull’altro, come se uno spirito unisse i due microcosmi in un destino comune di paura: porte e finestre si aprono a causa di folate di vento improvvise provocando strani rumori. Il sonno causa visioni. Parole e rumori si riverberano nelle due case, ma noi nei vediamo solo una, il resto ci viene raccontato.
Così i confini tra reale e irreale si smaterializzano, anche grazie al gioco di luci orchestrato da Lorenzo Carlucci. Nonostante l’autore e regista costruisca ad arte momenti che talvolta fanno trasalire, nulla sembra rovesciarsi però nel tragico.

La critica letteraria ha individuato una chiara ascendenza del romanzo giallo dalla tragedia e la sua parentela stretta col cinema, ma il lavoro di Paravidino volge in commedia, quello che accade ha sempre i contorni del gioco, anche quando si arriva ad un momento di violenza tra i due uomini e scorre del sangue, è chiaramente visibile una parodia di certo horror drammatico cui strizza l’occhio.
Così come sul finale, quando a sciogliere il nodo drammaturgico degli eventi si chiama a parlare lo spirito della vecchia vicina di casa (Barbara Moselli), con tanto di faccia bianca e voce tremolante, è lei a spiegare il perché di quegli strani eventi, a raccontare una storia, la sua storia, drammatica e surreale, romantica, come lo sono spesso i thriller zombie, ma la soluzione non convince. La spiegazione diventa didascalica e fa fallire i meccanismi del gioco teatrale messi in atto fino a quel momento, dimostrando attraverso la maestria e il talento nella sperimentazione, che il giallo a teatro continua a non funzionare. Il testo non sembra risolto, forse perché ci vorrebbero soluzioni che la scena semplicemente non offre, almeno non ancora.

I vicini
drammaturgia e regia di Fausto Paravidino
con Iris Fusetti, Davide Lorino, Barbara Moselli, Fausto Paravidino e Sara Putignano
Scene a cura di Laura Benzi
Costumi di Sandra Cardini
Luci di Lorenzo Carlucci
Produzione Teatro Stabile di Bolzano
Organizzazione e distribuzione di Nidodiragno/Coop. CMC

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